Al Teatro Caio Melisso di Spoleto.
Spoleto – Questi fantasmi! Non paghi di infestare letteratura e cinema, imperversano anche nel teatro musicale. E non da ora. Senza sfoggi d’erudizione, basti pensare al Commendatore, allo spettro di Banquo, al Vascello wagneriano, a The turn of the Screw di Britten. E cos’è Euridice, la prima donna della storia del melodramma, se non anche la capostipite dei fantasmi nell’opera? Ombre, ectoplasmi, presenze protettive, più spesso minacciose, portate a recriminare un torto, a vendicare un fattaccio (non dimentichiamo l’Hamlet di Ambroise Thomas), quasi sempre proiezioni, consce o inconsce, dei sensi di colpa dei viventi. Sono a buon diritto un topos che la drammaturgia musicale ha saputo sfruttare e che ancor oggi continua a stimolare i compositori. Come Federico Gardella che per Una promessa infranta, suo secondo cimento teatrale, ha trovato ispirazione in una storia di fantasmi di Lafcadio Hearn, a sua volta filtrata dalla tradizione giapponese. Un atto unico commissionato dal Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto, dove ha debuttato in prima assoluta il 21 agosto al Teatro Caio Melisso con la direzione di Mimma Campanale e la regia di Cecilia Ligorio (Premio Abbiati della critica musicale 2026), anche autrice del libretto.
Curiosa e a suo modo affascinante figura di letterato giramondo ottocentesco, l’irlandese Lafcadio Hearn a un certo punto della sua vita si stabilì in Giappone interessandosi alla sua cultura e fissando su carta storie e leggende appartenenti all’antica tradizione dei Kwaidan, racconti dell’orrore non di rado cruenti, in cui fanno la loro parte, per l’appunto, i fantasmi. Tra i più terrificanti è proprio quello scelto da Gardella e Ligorio (si può leggere nella raccolta “Ombre giapponesi” edita da Adelphi), i quali però hanno optato per un ammorbidimento delle parti più grandguignolesche, anche nell’ottica di una struttura drammaturgica più lineare.
La storia è quella di un marito (il baritono Gianpiero Delle Grazie) che, infrangendo la promessa di eterna fedeltà alla prima moglie morta, dopo alcuni anni si innamora di nuovo e si risposa. Il fantasma della prima moglie (il mezzosoprano Emma Alessi Innocenti) non la prende per niente bene e tormenta la rivale (il soprano Aurora Bertoldi) con manifestazioni soprannaturali e apparizioni spaventose. Il marito, sordo ai moniti della ex e incurante del rispetto della sacralità della promessa, credendo di colpire il fantasma, uccide invece la donna. Devastato dal dolore, si impiccherà a un albero di ciliegio. Il finale si discosta dal racconto originale decisamente più splatter, in cui il fantasma strappa letteralmente la testa e le mani alla seconda moglie.
Delizia per gli appassionati di horror, ma non è questo l’aspetto che interessa gli autori. La Ligorio, che rinnova la collaborazione con Gardella dopo la precedente Else (da Schnitzler), incornicia la vicenda tra un prologo e un epilogo, in cui due custodi introducono e commentano i fatti (Paolo Mascari e Nicolò Sasso, rispettivamente tenore e basso). Forte di un’eccellente qualità poetica, il libretto fa uso di figure retoriche ricorrenti e immagini-leitmotiv come l’albero del ciliegio, ora ombroso ora in fiore, e parole evocanti emissioni foniche come il pianto, il sussurro, ululati, risa, grida e naturalmente voci tout court. Assist musicali preziosi per il compositore che ordisce una texture strumentale e vocale al limite dell’essenziale. Quintetto di fiati, archi e percussioni, raramente usati al completo, più spesso privilegiando suoni soffiati, echi, timbri vitrei, trilli prolungati e silenzi, il tutto calibrato con cura da Mimma Campanale sul podio dei Solisti dell’Orchestra Filarmonica Umbra Calamani. Vocalmente la scrittura alterna cantato e parlato, e c’è la studiata intenzione di associare una singola voce a uno strumento, solitamente al registro grave. Non banali raddoppi, quanto piuttosto specchi, ombre, riflessi a distanza che restituiscono al suono una sua tridimensionalità.
Volutamente assenti richiami espliciti al Giappone ed esotismi di sorta, tranne libere suggestioni attinte dal teatro nō per la parte del fantasma e per alcune soluzioni della messa in scena. Elementi scenici anch’essi stilizzati (a cura di Alberto Favretto), un letto, una panchina, la silhouette del ciliegio e petali svolazzanti. Maschere, manichini, luci ed effetti tutt’altro che speciali, ma dichiaratamente artigianali, movimentano le apparizioni dello spettro, in abito puntualmente rosso sangue contrapposto al bianco luminoso della seconda moglie (costumi di Clelia De Angelis). Per chi ama il cinema horror, difficile non associare certe posture del fantasma all’iconografia di Samara, la bambina-demone dai lunghi capelli che usciva dal televisore in The Ring, e inevitabilmente, quando è sul letto, alla bambina dell’Esorcista.
Ciò di cui si avverte maggiormente la mancanza è, però, una vera definizione del triangolo entro cui si consuma il dramma. In particolare, ne risente il ruolo maschile, quello su cui più si è agito a livello librettistico, trasformato da samurai in borghese moderno (con qualche differenza di intendimenti sul senso dell’onore e della morale). Opachi rimangono anche i motivi dell’avversione del fantasma per la seconda moglie e non invece per il marito “traditore”. Marito per il quale, come spiegano i due custodi nel dialogo finale, sarebbe stata salvifica la confessione del nuovo sentimento d’amore e la richiesta di scioglimento del vincolo della promessa. Una confessione intima che, raccontata solo a parole e non con mezzi musicali, vede depotenziate quella forza e quella centralità che le spetterebbero in funzione drammaturgica. Di grande efficacia, per contro, l’idea di aprire l’atto con un canto a due voci femminili fuori scena e di concluderlo simmetricamente con l’aggiunta di una voce maschile, a creare un mesto contrappunto a tre parti dal colore madrigalesco. Affiatato il cast dei cinque giovani cantanti, tra i quali si impongono soprattutto le voci e la presenza scenica delle due interpreti femminili.




