Saint François d’Assise a Salisburgo.
Salisburgo – Pochi compositori hanno saputo rendere la vertigine del trascendente come Olivier Messiaen. Il suo Saint François d’Assise rappresenta un unicum nella storia del teatro musicale per la particolare grammatica musicale impiegata, per il peculiare trattamento della tematica religiosa e per la forma, orientata verso strutture oratoriali. Il Festival di Salisburgo lo ripropone ora nella Felsenreitschule, dopo le storiche edizioni del 1992 e del 1998 con il ruolo del protagonista affidato al grande José van Dam. Otto scene a comporre una drammaturgia frammentata, erratica eppure totalmente indirizzata verso la ricerca della grazia. Il regista Romeo Castellucci confeziona uno spettacolo complesso, evocativo, pregno di simbologie. L’azione scenica coincide con la performance artistica; l’invisibile si concretizza nella gestualità dei personaggi e nei numerosi animali presenti in scena, dal pavone, alle pecore e al lupo. L’atto di cuocere il pane, o quello di modellare vasi assume valenza metafisica. Vesti candide si tingono di rosso, a mostrare la sofferenza necessaria per raggiungere la grazia. La pioggia scende copiosa sui pellegrini in cerca di un rifugio, perennemente scacciati, mentre il fuoco avvampa e il sangue prefigura il tormento del santo. L’abluzione del lebbroso ha la ieratica lentezza di un arcano rituale.
All’inizio del secondo atto, Castellucci mostra una metropoli rovesciata, e la mente va subito alle figure capovolte di Georg Baselitz, attualmente in mostra presso il Museum der Moderne di Salisburgo. Immagini invertite a raffigurare un mondo privo di coordinate precise nel quale l’uomo si trova smarrito. Un gesto radicale e sovversivo, così come rivoluzionaria appare la concezione teatrale di Castellucci. Nella stessa maniera la pioggia di uccelli morti durante la scena sesta, gli estremi fremiti delle ali a scuotere il terreno prima della fine, richiama alla mente la simbolica pioggia delle rane nel film Magnolia di Paul Thomas Anderson. La catastrofe non è stata mai tanto vicina. L’oscurità domina il terzo atto, con l’immagine della Morte impegnata a scavare fosse nel terreno. La fine del santo non ha nulla di catartico, ma appare come un requiem per un’umanità esausta. Da questo punto di vista la Felsenreitschule è il luogo ideale per l’allestimento, con i suoi toni grigi e con la sua concretezza materica.
Riguardo l’esecuzione, il direttore Maxime Pascal governa l’immenso organico con nitida scienza musicale. I Wiener lo seguono con la consueta compattezza sonora e precisione timbrica. Quando si giunge alla conclusione, il direttore tiene le braccia in alto in un interminabile istante di sospensione, prima dell’applauso liberatorio dopo tanta tensione estetica. Philippe Sly è un Saint François di importante fisicità e di indubbio carisma. Nonostante un affaticamento annunciato all’inizio del secondo atto, porta a termine la recita con proprietà di fraseggio e toccante intensità. Paradisiaco l’angelo di Lauranne Oliva, dalla vocalità limpida ed eterea. Willard White (frère Bernard) ha un timbro ormai arido, ma l’interprete è intatto. Buono nel complesso lo stuolo degli altri frati. La scelta di prolungare gli intervalli a un’ora ciascuno ha provocato varie defezioni fra il pubblico, all’inizio molto numeroso, portando la durata complessiva dello spettacolo ad oltre sei ore. Detto ciò, certamente la presente edizione del Festival trova proprio in questo titolo il suo culmine di forza e interesse.




