ALLE ORIGINI DELL’OPERA NAPOLETANA CON UNA “TEMPTATION ISLAND” BAROCCA

03/08/2026 | Dietro il sipario

di Lorenzo Tozzi

Al Festival della Valle d’Itria.

Matina Franca – In cauda…dulcedo. Prima della conclusione della sua 52ma edizione il Festival della Valle d’Itria ha voluto regalare al suo selezionato pubblico, nel chiostro della chiesa di Maria SS. del monte Carmelo, una chicca autentica. Trattasi nientemeno che di una delle prime espressioni del teatro musicale partenopeo, in anticipo sulla pluridecennale tradizione della scuola napoletana fondata da Scarlatti.

Francesco Provenzazle, come anche Cirillo, fu infatti un antesignano di quella tradizione destinata a diffondersi con gli anni sino in Russia o in Brasile, pur muovendosi inizialmente sulla falsariga dell’opera veneziana (Monteverdi e Cavalli) esportata nella città del golfo dalla compagnia dei Febi armonici.

Grazie allo studio ed alla valorizzazione di Antonio Florio alla guida della sua Cappella Neapolitana, si è così apprezzato Il schiavo di sua moglie (Napoli 1672), dramma per musica in un prologo (qui soppresso) e tre atti su testo di Francesco Antonio Paolella che negli interventi buffi, anche in vernacolo, preannuncia la fortunata tradizione dell’opera comica partenopea.

L’azione ha una cornice furbescamente mitologica e si svolge nel palazzo delle Amazzoni (Ippolita, sua sorella Melanippa e Melinta) visitato da tre eroi come (nientepopodimeno) Ercole, Teseo e Timante, ma sono i personaggi di basso ceto (come nell’opera veneziana) a costituire il sale dell’opera portando in scena in arie moraleggianti, perle di saggezza popolare come le riflessioni sulla gelosia, sul tradimento, sui lacci d’amore in riferimento alle tre coppie altolocate. Il modello è sempre quello della tragicommedia spagnola con la sua commistione di caratteri.

Ercole ama Melanippa ma questa ama Teseo, che invece ambisce ad Ippolita. Rocambolesco il plot: Leucippo, marito di Menalippe, da tutti creduto morto, sotto il nome di Timante vuol mettere alla prova la fedeltà della moglie e per questo prima si finge gemello di se stesso, poi lo schiavo moro Selim, controllandola da vicino tra gli assalti della gelosia. I tentativi di seduzione dei tre guerrieri alle amazzoni, conclusi con la inevitabile pacificazione generale e ricongiungimenti finali, respirano tanto aria di una sorta di colta Temptation Island barocca con tanto di lacrime, rabbia, desiderio di vendetta, ripensamenti. Niente di nuovo, insomma, sotto il sole nei format televisivi d’oggidì.

Lodevole la regia dell’italo-argentina Rita Cosentno, quasi una efficace mise en espace, che rispetta e si mette al servizio della musica di Provenzale senza forzature (salvo l’inno pacifista del finale molto poco settecentesco disegnato sulle T shirt bianche degli interpreti) limitandosi a chiarire il già di per sé complesso intreccio amoroso raccontato dalla musica con agili ariette e qualche prezioso assieme ( come un quartetto da manuale). Altrettanto lodevole la resa dell’intero cast di giovani allievi dei corsi di perfezionamento, adeguato sia vocalmente che attoralmente alla rappresentazione. Tra i molti menzioneremmo lo Sciarra estroso di Valerio Ilardo, l’Ercole statuario di Mauro Pedrero, l’indeciso Timante di Michele Galbiati e tra le donne Francesca Palitti e Lilliana Zolotoukhina come Ippolita e Melanippa.

Una sorpresa che costituisce la miglior novità dell’edizione 2026 di un Festival sempre più amato e seguito.

 

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