A Innsbruck dopo oltre tre secoli torna in scena il pomo della discordia che mette d’accordo tutti

11/08/2026 | Dietro il sipario

di Lorenzo Tozzi

Al Tiroler Landestheater.

Innsbruck– Solo i più avveduti storiografi musicali ne conoscono il nome come quello di un’opera impossibile, oggi improponibile per la sua monumentalità ed il suo straordinario impegno sia sotto il profilo vocale che allestitivo. Del resto i dati parlano chiaro: 20 interpreti vocali impegnati in ben 47 ruoli con 23 cambiamenti di scena. Un evento che solo le casse imperiali potevano permettersi nel 1668. Si tratta del famoso Pomo d’oro di Antonio Cesti, un’opera in un prologo e cinque atti, pensata per il matrimonio di Leopoldo I e di Margherita Teresa di Spagna nel 1666, ma poi per motivi vari andata in scena solo due anni dopo per il genetliaco della diciassettenne imperatrice.

Un’opera “monstre” insomma con oltre sei ore di musica suddivise (allora a Vienna come oggi al Landestheater di Innsbruck) in due serate con una sequela impressionante di personaggi che si susseguono alla ribalta: apparizioni divine dall’alto su nuvole, scene girevoli o che affondano in basso. Insomma unna meraviglia per gli occhi non meno che per le orecchie. Come il titolo indica e come ben sviluppa il libretto di Francesco Sbarra siamo dinanzi al mito del pomo d’oro della discordia, che Paride dovette assegnare alla più bella delle tre dee in competizione (Giunone, Pallade e Venere) determinando con la sua scelta lo scoppio della guerra di Troia e la discordia tra gli Dei.

Le scelte celesti provocano sulla terra una serie inenarrabile di concatenazioni di eventi degni di una serie televisiva tipo Dallas o Beautiful. Ogni personaggio è straordinariamente caratterizzato sia musicalmente che drammaturgicamente. Ma il pregio della regia di Fabio Ceresa, che si avvale di costumi fantasmagorici di Giuseppe Palella e delle scene mobili di Nikolaus Webern, è quello di smussare la retorica agiografica con una sottile ironia sin dall’inizio dell’opera, in cui le presuntuose Glorie nazionali diventano goffe Miss dei diversi Paesi in gara di bellezza tra loro. Quella che era concepita insomma come un’opera autocelebrativa della potenza imperiale asburgica, che oggi sarebbe potuta apparire perlomeno indigesta, si risolve con tempi da operetta. Accanto ai ruoli mitici, che vivono in un Olimpo luminoso quasi da luna park, nella ben più grigia realtà si affannano le movimentate esistenze gli esseri umani con le loro debolezze e vizi: il Paride vezzoso, simpatica canaglia che tradisce la moglie Ennone, che non se ne dà proprio pace, per fare vela verso Elena di Troia, promessagli dalla vincente Venere (Giunone aveva promesso invece soldi e Pallade armi). Della disperata donna però è innamoratissimo ma timidamente Aurindo, che subisce le angherie e le smargiassate della irresistibile nutrice Filaura, tutta gag e gommapiuma. Ci sono poi personaggi che entrano e scompaiono come le tre Grazie, le Furie, Plutone e Proserpina. i guerrieri greci di Cecrope e altri ancora.

La musica di Cesti, diretta con carisma da Ottavio Dantone alla guida della sua rodata Accademia bizantina non ha cali di sorta e sembra anzi quasi un miracolo che gli atti III e V perduti siano stati ricostruiti dallo stesso Dantone con una appropriatezza di stile encomiabile avvalendosi di pagine di altre opere dello stesso autore conservate e Modena. Il tono misto. serio e comico insieme, è quello del modello veneziano, da cui quest’opera discende.

Il selezionato cast vocale internazionale era eccellente. Impossibile nominare tutti per esteso, tuttavia una certa discriminante era data dalla esatta pronuncia dell’italiano, osservato specie nei ruoli maschili in cui si sono distinti Mauro Borgioni come Paride, Rocco Cavalluzzi come il saggio Momo, Giacomo Nanni come regale Giove (il Re Sole) ma anche un Eolo, tanto identificabile in Trump da strappare un cartellino rosso dell’arbitro durante una partita di football, lo strepitoso Alberto Allegrezza nella vispa e esilarante nutrice Filaura. il controtenore Rémy Brés Feuillet come lagrimoso Aurindo. Tra le donne svetta il ruolo patetico dell’abbandonata Ennono di Mathilde Ortsheidt mentre tra le dee rivali si preferiscono la Venere di Jone Martinez e la Pallade di Shira Patchornik. Alla fine, con una piccola rivoluzione copernicana, il pomo dorato della discordia finirà non all’imperatrice, bensì alla pluristellata Europa, altra leggera allusione ai tempi moderni.

Una edizione assolutamente storica, accolta da un quarto d’ora di applausi trionfali. Un esempio di come anche la musica antica possa con saggezza e avvedutezza dimostrarsi attuale e accessibile anche ad un pubblico di una società ormai lontana le mille miglia da quella dell’ancien régime. Miracolo della grande musica e di una drammaturgia oculata e efficace anche se riletta con sensibilità moderna.

Lo spettacolo verrà registrato in dvd per la Cpo per gli assenti che certamente avranno avuto torto.

 

 

 

 

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