A SPOLETO SI CELEBRA MENOTTI MA SOLO COME LIBRETTISTA
Un grande musicista italiano, amante delle boutade, quando sentiva parlare del suo contemporaneo Menotti, se ne usciva con la battuta di spirito: ”Menotti chi? quel librettista che si scrive le musiche?” Questo motto arguto mi è rimbalzato alla mente a proposito dell’opera inaugurale della 69ma edizione del Festival dei due mondi di Spoleto, dove, invece di proporre una delle tante opere del maestro, si è portata in scena la rara e poco eseguita Vanessa di Samuel Barber, di cui Menotti era “solo” librettista.
L’opera aveva visto la luce nel 1958 ed aveva riscosso un sonoro successo al Metropolitan, essendo la prima opera di un americano ammessa al grande teatro newyorkese. Tiepida invece poco dopo l’accoglienza della vecchia Europa a Salisburgo. Con il suo carisma poi Menotti, con la sua regia ed in traduzione italiana, l’aveva portata a Spoleto nel 1961 nel cartello della quarta edizione del Festival.
Va anche detto che, seppur concepita da un maestro dell’orchestrazione come Barber, si trattava già allora di un’opera vintage, se solo pensiamo a opere coeve come The Rake’s Progress di Strawinsky (Venezia (1951) omaggio a Mozart e al Don Giovanni, o al musical cult West Side Story (New York 1957) di Bernstein e Robbins, musica americana di un americano doc.
Per non dire poi che proprio in quell’anno il diavoletto John Cage approdava ai Ferienkurse di Darmstadt a mettere in crisi con la musica aleatoria le sicurezze degli eredi weberniani e del loro serialismo integrale. Insomma, un’opera neoromantica, sulla scia di Richard Strauss, in un’epoca in piena evoluzione anche radicale del linguaggio musicale. Per non citare ancora scomodi confronti con Henze o Britten.
Pur ambientata in un gelido Nord, che rimanda senza averne la profondità a drammi di Ibsen o Strindberg, Vanessa racconta dell’amore impossibile di una donna attempata, che si innamora del figlio dell’uomo tanto atteso entrando in conflitto con la nipote, innamorata dello stesso avventuriero ( in realtà Anatole non è altro che un ipocrita opportunista che si barcamena tra Vanessa e Erika per poi scegliere di convenienza). All’iniziale attesa della zia, corrisponde perfettamente quella finale della nipote, che rinuncia all’amore nonostante aspetti un bambino
Il libretto e la musica non sono di quelle che creano empatia e certi passaggi drammaturgici appaiono addirittura troppo bruschi (Erika rimane incinta con un bacio e tenta senza successo il suicidio nel lago senza neppure raggiungerlo).
L’opera in tre lunghi atti rivela in Barber non un melodrammaturgo ma solo un magnifico orchestratore che non riesce a dare spessore melodico né psicologico ai suoi personaggi. Purtuttavia l’allestimento spoletino ha molti pregi a patire dalla regia e dal colore malinconico conferito da Leo Muscato che si avvale di una fredda stanza con abeti innevati e specchi coperti da veli, per proseguire poi con la decisa e lucida direzione musicale della sudcoreana Sora Elisabeth Lee alla guida dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna. Di tutto rispetto anche il cast vocale soprattutto sul versante femminile con la visionaria e sognatrice Vanessa, che vive prigioniera dei suoi ricordi, interpretata da Lauren Fagan, e la fragile ma romantica Erika, capace di estreme rinunce, di Kavleigh Decker, del disgustoso Anatol del tenore di colore Lulama Taifasi. A rendere ancora più inquietante la situazione una baronessa maleinarnese ostica e scorbutica (Helene Schneiderman) e il vecchio dottore di famiglia (Rod Gilfry) sotto sotto ancora innamorato della protagonista.
Il pubblico ha risposto molto positivamente con dieci minuti di applausi benauguranti per la nuova edizione e la nuova direzione artistica di Daniele Cipriani.
Foto di: Collettivo Opera Studio




