All’Ariosto di Reggio Emilia
UN’HEURE ESPAGNOLE TRA PENDOLE ALLA RICERCA DEL MUTEVOLE TEMPO
Preceduta da un breve melologo composto da Mauro Montalbetti, L’Heure espagnole di Ravel ha incantato il pubblico del teatro Ariosto di Reggio Emilia in un delicato allestimento di Manuelo Renga. L’introduzione conduceva gli spettatori nell’universo sonoro e visionario di Ravel, immaginando di partire dalla storica casa sulle alture di Montfort-l’Amaury che Ravel acquistò nel gennaio del 1921, dove visse per 16 anni fino alla sua morte, dove compose molti suoi capolavori come L’Enfant et les Sortilèges, le Chansons madécasses, il Boléro, i due Concerti per pianoforte. Una casa con una magnifica vista panoramica (non a caso è denominata Le Belvédère) che, dopo la morte del compositore, fu custodita per molti anni dalla sua governante. Nel 1954 fu affidata a Céleste Albaret, ex governante di Marcel Proust, e alla sorella Marie Gineste, attraverso un accordo firmato con Édouard Ravel, fratello ed erede di Maurice. Nel 1958 è poi diventata una casa-museo con oggetti personali di Ravel, soprammobili, ritratti di famiglia, il suo pianoforte Érard.
Ispirandosi a questo scrigno, realmente esistente, Renga ha costruito uno spazio surreale, una specie di Wunderkammer, piena di oggetti e di orologi, che poi si trasformava nella bottega dell’orologiaio Torquemada. Nel melologo, l’attore Ciro Masella impersonava lo stesso Montalbetti, in un dialogo immaginario con Ravel. Partiva dalla platea e si muoveva verso il centro del palcoscenico declamando una lettera piena di ammirazione e gratitudine per il compositore francese. Non proprio un capolavoro letterario questa lettera, molto prevedibile nel giocare sulle similitudini tra i meccanismi degli orologi e i meccanismi musicali di Ravel, e un po’ cervellotica nell’immaginare un tempo che si ferma, si stiracchia, e poi riprende. Ma la musica che accompagnava quella lettera, fatta di frasi brevissime, punteggiate da echi raveliani, piena di nervature “meccaniche”, con sonorità metalliche alternate a fasce fluide e misteriose, preparava bene il mondo dell’Heure espagnole. Quasi fosse un momento in cui si caricavano i meccanismi a orologeria della sua musica. Così, senza soluzione di continuità, attaccava l’opera, l’uomo seduto al tavolo e addormentato si scopriva essere Torquemada, iniziava il gioco di nascondimenti e degli intrighi, il viavai di amanti e di pendole. La regia giocava sullo svelamento dei meccanismi di questa commedia («Del resto, di questo si tratta: tutti credono di governare il tempo, ma l’ora non appartiene a nessuno»), usando quinte traslucide che mostravano i movimenti dei personaggi nelle entrate e nelle uscite di scena (scene e costumi di Aurelio Colombo), giocando su effetti di controluce come ombre cinesi (luci di Alessandro Pasqualini), muovendo tutti i personaggi intorno alla esuberante Concepción come in un balletto. Musicalmente, l’opera non è stata eseguita nella sua versione originale, ma in quella per orchestra da camera di Gabriel Grovlez, affidata alla direzione precisa di Francesco Bossaglia e al suono abbastanza nitido dell’Icarus Ensemble. I cinque protagonisti vocali erano giovani cantanti provenienti dall’ Accademia di perfezionamento del Teatro alla Scala: molto bravi e ben calati nei rispettivi ruoli Saori Sugiyama (Concepción), Aldo Sartori (Gonzalve), Litai Zhuo (Torquemada), Xhieldo Hyseni (Don Iñigo Gomez); ma su tutti spiccava il Ramiro del baritono uzbeko Akilbek Piyazov per il bel timrbo, le doti espressive e la solidità nell’emissione vocale.
Foto di Andrea Mazzoni




