Con Ariadne Auf Naxos il metateatro si fa poesia

18/06/2026 | Dietro il sipario

di Daria Bayeva

Ariadne (Axelle Fanyo) in un momento del dramma (foto Fabrizio Sansoni)

Strauss all’Opera di Roma
CON ARIADNE AUF NAXOS IL METATEATRO SI FA POESIA

Quando si ascolta Ariadne auf Naxos di Richard Strauss è evidente che l’opera parla anche del teatro stesso e mostra il proprio meccanismo. È metateatro, un lavoro che parla di artisti, di teatro, di illusioni sceniche e, soprattutto, di quel momento delicato in cui l’arte deve fare i conti con la realtà molto concreta dello spettacolo. Questa dimensione è diventata particolarmente evidente nella recente produzione presentata al Teatro dell’Opera di Roma, assente da 35 anni. La regia di David Hermann non insiste su un grande apparato scenico; al contrario, la scena appare quasi spoglia, dominata da porte e passaggi che ricordano il retroscena di un teatro. In questo ambiente i personaggi si muovono come se fossero a metà strada tra spettacolo e prova generale, tra rappresentazione e qualcosa di molto più quotidiano.

Ariadne auf Naxos nasce dalla collaborazione tra Strauss e il grande poeta viennese Hugo von Hofmannsthal. L’idea originale era quella di inserire un’opera lirica alla fine di una commedia teatrale. Il risultato, nella prima versione del 1912, era uno spettacolo difficile da mettere in scena. La revisione successiva del 1916, introdusse il Prologo, ambientato dietro le quinte di un teatro, mentre l’opera vera e propria diventò un atto unico. Il pubblico vede prima gli artisti discutere, litigare, improvvisare soluzioni; solo dopo assiste allo spettacolo che questi stessi artisti hanno appena preparato

Nel Prologo il palcoscenico diventa quasi un laboratorio teatrale. Cantanti lirici e attori comici sono costretti a collaborare perché il padrone di casa ha deciso che la tragedia mitologica e la farsa debbano svolgersi contemporaneamente. È qui che emerge una figura centrale: il giovane Compositore, che difende con fervore il proprio parto creativo. L’artista che col suo idealismo deve confrontarsi con la cruda realtà del teatro.

Zerbinetta (Ziyi Dai) e i suoi spasimanti (foto Fabrizio Sansoni)

In questa produzione romana il ruolo del Compositore è affidato ad Angela Brower, interprete capace di restituire con grande naturalezza l’entusiasmo e l’irrequietezza del giovane artista; la sua presenza scenica rende credibile quel misto di idealismo e fragilità che attraversa tutto il Prologo.

Quando inizia il dramma vero e proprio, il tono cambia radicalmente. Il palcoscenico si trasforma in un’isola quasi astratta, dove Arianna attende la morte dopo l’abbandono di Teseo. La musica procede lentamente, con frasi lunghe e solenni. Non c’è ironia in queste pagine: tutto sembra sospeso. Qui Strauss costruisce una linea vocale ampia e quasi wagneriana, sostenuta da un’orchestrazione che amplifica il senso di isolamento del personaggio.

Nel ruolo della protagonista il soprano drammatico Axelle Fanyo costruisce un’Ariadne intensa e raccolta, capace di sostenere la lunga linea vocale con una presenza scenica statica, come se il personaggio fosse realmente sospeso fuori dal tempo.

Poi appare il soprano leggero Zerbinetta con la sua troupe di Comici dell’arte e il clima cambia di colpo. La sua grande aria, piena di virtuosismi e improvvise accelerazioni, introduce in un mondo completamente diverso. La scrittura vocale, ricca di salti e colorature, diventa qui una dimostrazione di virtuosismo. Per un momento la tragedia sembra quasi scomparire dietro la leggerezza della commedia.

La Zerbinetta di Ziyi Dai affronta la celebre aria Großmächtige Prinzessin con notevole agilità, trasformando la scena in uno dei momenti più vivaci della serata; la sua interpretazione sottolinea il carattere ironico e pragmatico del personaggio, che guarda all’amore con leggerezza quasi sfrontata. Strauss però genialmente non le tratta semplicemente come due mondi opposti: le fa convivere nello stesso spazio teatrale.

Sul podio il direttore Maxime Pascal mette in luce un aspetto molto interessante della partitura: la sua sorprendente trasparenza orchestrale. Rispetto ad altre opere di Strauss, l’organico qui è relativamente contenuto e permette agli strumenti di emergere con chiarezza. Legni e archi dialogano spesso con le voci con una scrittura raffinata, quasi cameristica.

Aeneas Humm come Arlecchino (foto Fabrizio Sansoni)

Accanto ad Ariadne compare infine Bacchus, interpretato dal tenore finnico Tuomas Katajala, che affronta con voce non proprio ottimale una delle parti più impegnative del repertorio straussiano; la sua entrata segna il passaggio verso un clima musicale più luminoso e quasi eroico.

Ma proprio quando la musica sembra più leggera, Strauss introduce improvvise espansioni liriche. Il duetto finale tra Ariadne e Bacchus cresce lentamente fino a una dimensione sempre più ampia, quasi monumentale.

Alla fine Ariadne auf Naxos sfugge a una definizione. Non è una tragedia nel senso tradizionale, ma non è neppure una semplice commedia. Piuttosto, è un’opera che finisce per raccontare il teatro stesso. Strauss e il suo librettista Hofmannsthal mostrano come il palcoscenico sia un luogo di compromessi, di collisioni estetiche, di improvvise trasformazioni. Anche in quell’isola mitologica, popolata di maschere e divinità, affiora qualcosa di molto concreto: il fragile equilibrio su cui si regge ogni spettacolo teatrale.   La serata si è conclusa con calorosi applausi da parte di un pubblico attento e coinvolto.

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