All’Opera di Roma Il Trionfo del Tempo e del Disinganno di Händel

22/06/2026 | Dietro il sipario

di Aksana Miron

UN TRIONFO BAROCCO IN MODERNO FASHION STYLE

Sul palco ci sono volti imbellettati, costumi griffati, ma si avverte anche la tensione quasi palpabile della ormai prossima competizione: tutti vi cercano fama e popolarità, riconoscimento unanime, diritto di essere considerati i più desiderati. Lo spazio scenico  del Teatro dell’Opera si trasforma così inaspettatamente in una sorta di show televisivo alla Italia’s Got Talent o X Factor.

Il capolavoro del ventiduenne Georg Friedrich Haendel Il trionfo del tempo e del disinganno, creato nel 1707 a Roma su un libretto del cardinale Benedetto Pamphili, per la prima volta in scena al Teatro Costanzi, si affidava alla direzione musicale di Gianluca Capuano e all’allestimento del rinomato regista canadese Robert Carsen.  L’oratorio si inserisce solo convenzionalmente nel quadro del genere: si distingue infatti per una teatralità pronunciata e uno psicologismo finemente sviluppato. Ciò è in gran parte dovuto al contesto storico: a Roma nel 1707, visto il divieto papale nei confronti dell’opera, il giovane compositore fu costretto a cercare altre soluzioni musicali. Il risultato fu una composizione che corrispondeva formalmente ai canoni dell’oratorio, ma era in fondo un autentico dramma in musica. Il giovane compositore  riesce così a trasformare i limiti in un’opportunità per creare un capolavoro musicale completamente nuovo.

La storia si svolge come in uno studio televisivo animato da quattro personaggi allegorici: al centro c’è la Bellezza insidiata dal Piacere, ma vigilata e consigliata dal Tempo e dal Disinganno. Sul palco il regista traspone la vanità barocca nella società moderna, dove quello che conta è l’apparire (videocracy insomma), il trionfo dell’apparenza più che della sostanza : un tema quanto mai attuale   La Bellezza ovviamente è destinata a vincere la gara, ma alla fine la sua vita ne esce vuota e insoddisfacente. Il Piacere, il Tempo e il Disinganno fungono da giudici della giuria televisiva e sono i suoi manipolatori. La vita reale è sostituita da proiezioni video e telecamere come simboli di successo effimero e popolarità vacua.

L ‘Orchestra del Teatro diretta dal Gianluca Capuano (Premio Abbiati 2022 e dal 2019 direttore musicale de Les Musiciens du Prince), rivela una particolare espressività, unendo rigore storico con una vivida energia drammatica.

L’oratorio di Händel si articola in due parti, secondo una struttura musicale di grande equilibrio formale e coerenza drammatica. La sua architettura oppone con rigorosa simmetria recitativi funzionali alla progressione drammatica con arie di grande virtuosismo. Le arie del Piacere si distinguono per scrittura ornata e andamento melodico espansivo, culminando nella celebre “Lascia la spina, cogli la rosa”, sinopia della futura celebre “Lascia ch’io pianga” del Rinaldo londinese

Al contrario le arie del Tempo, qui in abiti talari, adottano un lessico austero e meditativo, esemplificato da “Nasce l’uomo, ma nasce bambino”, che inscrive il discorso musicale nella percezione dell’irreversibilità temporale.

Nonostante la trama moralizzante, Haendel ha scritto musica di grande spessore, appassionata ed energica, disegnando una riflessione barocca sul conflitto tra futilità della bellezza e verità del tempo . L’equilibrio musicale si basa sui contrasti: l’energia sensuale del Piacere nell’esecuzione del mezzosoprano Anna Bonitatibus, il virtuosismo leggero e frivolo della Bellezza del soprano Johanna Wallroth, la sobria pensosità del Disinganno del controtenore Raffaele Pe e la rigorosa fermezza dell’implacabile Tempo del tenore Ed Lyon.

Il climax retorico è affidato ai grandi ensemble, come il quartetto “Voglio Tempo”, dove l’intreccio contrappuntistico delle voci cristallizza il conflitto tra le allegorie. L’oratorio termina con l’inevitabile ravvedimento della Bellezza. L’aria “Pure del cielo intelligenze eterne” conclude l’opera con un tono metafisico, solenne e calmo, a simboleggiare la vittoria dell’Eternità sul mortale e sulla falsa apparenza.

Carsen traccia insomma una critica all’edonismo contemporaneo e al culto di un vuoto stile di vita privo di valori veri. Particolarmente significativa nel contesto appare la scrittura costumistica di Tiziano Santi, in cui emergono i fiammeggianti rossi e i fucsia del Piacere e la policromia esasperata della giovinezza contrapposti al nero ostinato di Tempo e Disinganno. Uno spettacolo, insomma, che lascia il segno e induce a riflettere sul senso della nostra consumistica contemporaneità e sul suo futuro cammino.

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