È sempre con non celata emozione che ci si accosta ad un capolavoro così innovativo e originale come il Falstaff (1893) di Giuseppe Verdi, ultima opera dell’ormai ottantenne maestro bussetano e suo testamento spirituale. Gli fu prezioso compagno, nella fatica di fondere insieme due commedie shakespeariane ( Enrico IV e Le allegre comari di Windsor), lo ‘scapigliato’ Arrigo Boitp, che già gli aveva regalato il libretto dell’Otello e che da una prima giovanile ostilità era poi passato ad una vera e propria venerazione.
L’opera, che mancava a Roma del 2010 (splendida regia e scenografia di Franco Zeffirelli e Renato Bruson protagonista), è ora tornata sul palcoscenico del Costanzi in nuovo allestimento che non ha mancato di destare rumorose contestazioni finali del pubblico per una regia, tanto per usare un eufemismo, malaccorta ed insignificante della tedesca Tatiana Gürbaca che sposta il plot dalla Londra elisabettiana alla Milano di fine ottocento, anzi per l’esattezza all’Hotel de Milan, dove Verdi passò gli ultimi anni e le ultime ore della sua vita terrena.
Dopo l’insuccesso del giovanile Finto Stanislao o un giorno di regno, scritto in un momento drammatico della sua vita, Verdi aveva già tentato sporadicamente la corda comica nel Ballo in maschera e nella figura di Fra Melitone (Forza del destino), ma qui crea un grande ed intrecciato affresco corale incentrato sulla congiura delle donne coalizzate che smascherano e si fanno beffe del panciuto protagonista, un epicureo, una simpatica canaglia, edonista superficiale quanto vanaglorioso in amore. Verdi si commiata dal mondo con la doppia burla a Sir John Falstaff, vittima delle quattro donne coalizzate contro di lui: prima finisce con tutta la cesta dei panni sporchi nelle acque del Tamigi (noto fiume che passa per… Milano), poi come Cavaliere nero è sbeffeggiato in maschera dall’intero paese per le sue immotivate velleità amorose, scoperte sin sul nascere.
La scena lignea girevole di Henrik Ahr ci mostra un androne delimitato da arcate in cui si muove un anonimo albergatore (altro che la sgangherata Osteria della Giarrettiera!). Il massimo del ridicolo si raggiunge però quando Ford, nelle mentite spoglie del signor Fontana, per i suoi insensati scopi di marito geloso, si presenta immotivatamente a Falstaff in fiammante tuta rossa e racchetta da tennis. Per non dire poi che la magia che è avvertibile nella musica nell’ultimo atto, quello del parco di Windsor e della beffa finale in maschera, non travasa minimamente in quello che si vede in scena, una sorta di pagliacciata senza alcuna poesia. Resta la comicità amara di Verdi, che si congeda dalla vita col sorriso sulle labbra ed il gigantesco fugato del poderoso concertato finale che ci avverte che davvero “tutto nel mondo è burla” e che l’uomo non è altro che un grande burlone.
Come sempre accade ormai, la parte migliore è però quella musicale, sia per la esperienza ormai consolidata di Michele Mariotti sul podio ( al suo secondo Falstaff), che per il ricorso ad un cast di livello. Il protagonista Luca Salsi sorprende in un ruolo che non gli conoscevamo, ma non fa certo rimpiangere Taddei o Bruson. Anzi il suo Falstaff è in fondo sfocato, da perfezionare nella sua gigantesca e adiposa balordaggine. Sugli scudi il versante femminile del cast con in evidenza la Nannetta di Marina Monzò, la intraprendente Quickly di Violeta Urmana, le dinamiche Alice e Meg di Maria Agresta e Carmen Artaza, tutte ben coalizzate e complementari nell’azione. Più anonimi invece il Cajus di Carlo Bosi e il poco partecipe Fenton di Dave Monaco (perché non mettere le lenti a contatto?), mentre il Ford di George Petean scava poco nelle dinamiche psicologiche del non secondario ruolo.
Per gli spettatori di stomaco forte l’opera verrà teletrasmessa il 1° di novembre.




