Quando la musica non basta: Alcina al San Carlo

13/10/2026 | Dietro il sipario

di Lorenzo Fiorito

Napoli – Il Teatro di San Carlo presenta per la prima volta nel suo cartellone Alcina di Georg Friedrich Händel. La scelta di un’esecuzione in forma di concerto mette subito in evidenza una difficoltà: in un lavoro in cui incantesimi, metamorfosi e illusioni determinano lo sviluppo dell’azione, la rinuncia alla scena modifica inevitabilmente il rapporto fra musica e racconto. La partitura deve sostenere da sola un dramma nel quale il potere della protagonista si sgretola insieme alle sue illusioni.

La forma concertistica porta in primo piano le voci e l’orchestra, ma lascia senza riscontro visivo situazioni e relazioni decisive. Anche le riprese delle arie, con le variazioni e gli abbellimenti previsti dalla prassi settecentesca, richiedono particolare attenzione. L’agilità non basta: le ornamentazioni dovrebbero nascere dal carattere del personaggio e dal senso della frase. Quando prevale il gusto per l’esibizione virtuosistica, il canto perde parte della sua forza espressiva, sebbene proprio questo tipo di virtuosismo incontri facilmente il favore di una parte del pubblico.

La distribuzione dei numeri musicali accresce il problema. Il primo atto viene eseguito quasi integralmente, recitativi compresi; il secondo si interrompe prima della conclusione, mentre il terzo comincia con le scene finali del precedente. La sinfonia prevista all’inizio del terzo atto viene eseguita soltanto dopo questi numeri. La scelta altera la successione del racconto senza che se ne avverta una reale necessità. Una riduzione dei recitativi avrebbe consentito di contenere la durata mantenendo la logica dell’azione. I tagli e gli spostamenti, che interessano anche il finale, finiscono invece per rendere meno leggibile lo sviluppo del dramma.

La presentazione dei cantanti non contribuisce a colmare questa lacuna. I ruoli en travesti, affidati a interpreti femminili che erano a buon diritto in eleganti abiti da sera, non ricevono una caratterizzazione visiva sufficiente a suggerire i rapporti fra i personaggi. Non sarebbe stata obbligatoria una ricostruzione storica, ma qualche elemento scenico avrebbe potuto offrire allo spettatore un riferimento utile, soprattutto nei passaggi in cui la vicenda cambia direzione.

Iván López-Reynoso non sempre riesce a dare alla partitura il necessario rilievo drammatico. La lettura tende a mantenersi su un piano uniforme, senza distinguere con sufficiente evidenza la cantabilità delle pagine liriche, gli scatti dell’azione e la brillantezza dei passaggi virtuosistici. L’orchestra non sempre risponde con la varietà di accenti e la flessibilità richieste dalla scrittura di Händel, e le differenze fra i diversi affetti finiscono per attenuarsi.

Mariangela Sicilia emerge come l’interprete più convincente. La sua Alcina acquista spessore quando la sicurezza della maga lascia intravedere la sofferenza della donna. La cantante lavora sul fraseggio e sulla parola, evitando di affidare il personaggio a effetti esteriori. Qualche disomogeneità fra i registri non compromette una prova nella quale la fragilità della protagonista trova un’espressione credibile.

Franco Fagioli affronta Ruggiero con notevole sicurezza tecnica. Le agilità e le fioriture confermano la padronanza della scrittura, mentre nei momenti più raccolti il fraseggio lascia emergere una sensibilità lirica apprezzabile. La linea perde tuttavia naturalezza quando il vibrato e alcuni accenti insistiti prendono il sopravvento. I mezzi vocali sono solidi, ma la resa espressiva non mantiene sempre la stessa efficacia.

Erin Morley mostra controllo della coloratura e precisione nelle agilità. La sua Morgana, tuttavia, non trova sempre la vivacità e la leggerezza necessarie a sostenere il carattere del personaggio; il fraseggio appare talvolta troppo sorvegliato. Varduhi Abrahamyan conferisce a Bradamante una presenza incisiva, sostenuta da mezzi vocali importanti, ma la densità dell’emissione e una flessibilità non sempre adeguata limitano la naturalezza della frase. Sun Tianxuefei imprime a Oronte energia e decisione, senza mantenere costantemente la fluidità del canto e la nitidezza della dizione. Sayumi Kaneko offre un Oberto misurato e corretto. Yunho Eric Kim, come Melisso, mostra qualche incertezza d’intonazione e una familiarità con lo stile che non appare ancora pienamente consolidata.

Il pubblico applaude la performance con calore, ma ciò non risolve le riserve suscitate dall’esecuzione. Le qualità di alcuni interpreti non bastano a ricomporre un insieme penalizzato dalla successione poco convincente dei numeri e da una lettura orchestrale che non sempre ne mette in luce i contrasti. Il pubblico applaude con calore, ma restano le riserve: la bellezza della musica di Händel e la qualità di diversi momenti vocali non bastano a compensare una direzione poco attenta ai contrasti e l’assenza di un sia pur minimo filo conduttore drammaturgico, anche in una forma di concerto.

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