Rusalka ventuno anni dopo: quando una produzione diventa storia

22/09/2026 | Dietro il sipario

di Daria Bayeva

Antonín Dvořák alla Státní Opera di Praga.

Praga – La Rusalka di Antonín Dvořák appartiene, almeno in apparenza, al mondo della fiaba: il bosco, la luna, l’acqua, una creatura lacustre che sogna di diventare donna e un amore che finisce in tragedia. Ma a Praga, guardando questa produzione, la fiaba passa presto in secondo piano. Resta soprattutto la storia di una creatura che vuole diventare umana e ne scopre il prezzo.

È da questa prospettiva che si guarda alla produzione di Zdeněk Troška alla Státní Opera di Praga, al suo debutto nel 2005 e ancora oggi in repertorio. In scena sul palcoscenico praghese appare oggi con Ondřej Olos sul podio, Jana Sibera nel ruolo del titolo, Martin Šrejma in quello del Principe e Zdeněk Plech come Vodník.

A più di vent’anni dalla sua nascita, lo spettacolo mostra inevitabilmente i segni del tempo. Quello che nel 2005 poteva apparire moderno oggi appartiene a un altro momento della storia del teatro. La cosa si nota soprattutto nel rapporto tra cinema e teatro. Troška arriva al teatro d’opera dal cinema e il suo sguardo cinematografico si riconosce nello spazio scenico. La natura non è rappresentata solo dalle scenografie: le immagini del bosco e dell’acqua vengono proiettate sul palcoscenico e ne cambiano continuamente l’aspetto. Alle scene teatrali si sovrappongono immagini del bosco e dell’acqua, che riportano continuamente lo spettatore alla natura. A volte funzionano e contribuiscono all’atmosfera; altre volte invece si avverte maggiormente la distanza tra l’estetica della produzione e il modo in cui oggi siamo abituati a vedere l’opera.

Dopo lo spettacolo, però, a rimanere sono soprattutto la musica e la storia di Rusalka.

Il desiderio di una creatura acquatica di diventare umana per amore ha un prezzo molto alto. Per riuscirci, Rusalka rinuncia a una parte della propria natura e perde la voce. Lo si capisce ancora meglio nell’aria «Měsíčku na nebi hlubokém». Qui Rusalka ha ancora la sua voce e si rivolge alla luna, chiedendole di portare al Principe il suo amore. È uno degli ultimi momenti in cui riesce a dire apertamente ciò che prova. Dopo quell’aria, Rusalka non può più esprimersi nello stesso modo. Sul palcoscenico questo si sente particolarmente: per buona parte dell’opera Jana Sibera deve affidarsi alla gestualità e alla musica, mentre gli altri personaggi possono parlare, chiedere e rispondere.

Nella musica di Dvořák l’acqua si vede, ma soprattutto si sentea. Lo si sente in particolare nel coro delle ondine. Le loro voci costruiscono fin dall’inizio un ambiente diverso da quello degli esseri umani. È uno dei momenti in cui la musica riesce a fare ciò che la scenografia, da sola, non potrebbe fare. Il passaggio di Rusalka dal lago alla terra è netto e cambia anche il modo in cui la musica lo racconta.

L’acqua è la casa di Rusalka, il luogo a cui appartiene. La terra rappresenta invece il desiderio di entrare nel mondo degli esseri umani. Ma sulla terra Rusalka non trova quello che immaginava. Le scene legate all’acqua sono quelle più convincenti . Qui la musica di Dvořák e la sofferenza di Rusalka arrivano con maggiore forza; sulla terra, invece, questo effetto è sembrato meno evidente.

Vodník (Lo Spirito dell’acqua), interpretato da Zdeněk Plech, acquista proprio per questo un peso particolare. Dietro la creatura del lago emerge la figura di un padre che vede la figlia allontanarsi dal proprio mondo e ne intuisce le conseguenze. Plech lo interpreta senza trasformarlo in una figura fiabesca. Nei suoi interventi si percepisce soprattutto la preoccupazione di un padre che sa già come potrebbe finire la storia.

Jana Sibera e Martin Šrejma sostengono bene il rapporto tra Rusalka e il Principe. Tra i due rimane sempre una distanza difficile da colmare. Il Principe guarda Rusalka come qualcosa di affascinante ma estraneo, mentre lei cerca di entrare in un mondo che non le appartiene. La musica di Dvořák accompagna questo rapporto senza spiegare ciò che accade. Lo rende percepibile attraverso le voci e l’orchestra.

Rivedere oggi la produzione di Troška significa confrontarsi con uno spettacolo che ha più di vent’anni. Alcuni elementi possono apparire legati al gusto degli anni Duemila, soprattutto nel modo in cui vengono utilizzate le proiezioni. Oggi questo contrasto si nota più di ogni altra cosa.

Alla fine Rusalka resta sospesa tra due mondi. L’acqua è il luogo da cui proviene, la terra quello che ha scelto. Quando il coro delle ondine torna a risuonare, sembra di tornare per un momento al lago dell’inizio. Ma Rusalka ormai non è più la stessa.

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