Napoli – Mitridate, re di Ponto arriva finalmente al Teatro di San Carlo, con una storia che lega direttamente l’opera a Napoli. Mozart la compose nel 1770, a soli quattordici anni, per Milano. Pochi mesi prima, durante le sei settimane trascorse a Napoli, il giovane compositore assistette al San Carlo all’Armida abbandonata di Jommelli. Fu in quell’occasione che l’impresario Giovanni Tedeschi, detto Amadori, gli propose di scrivere un’opera per il teatro. Mozart dovette però rinunciare: aveva già assunto l’impegno per Milano, dove il Mitridate debutto nel dicembre di quell’anno.
Il nuovo allestimento, realizzato in coproduzione con il Teatro Real di Madrid, Oper Frankfurt e Gran Teatre del Liceu di Barcellona, colma dunque, a distanza di oltre due secoli, quella singolare lacuna. Dirige Riccardo Frizza; la regia di Claus Guth è ripresa da Marcelo Buscaino.
Il problema che Guth si trova ad affrontare è insito nella struttura stessa dell’opera. Le passioni sono intense, i conflitti familiari e amorosi non conoscono tregua, ma l’azione procede a scatti e per lunghi tratti resta sospesa. Il regista non cerca di forzarne il ritmo, ma trasforma proprio questa sospensione in materia teatrale. Accanto alla dimensione concreta della vicenda ne costruisce un’altra, popolata da immagini, presenze e figure che danno forma a ciò che i personaggi non esprimono direttamente.
L’impianto scenografico di Christian Schmidt rende visibile questa duplicità attraverso una scena rotante. Da un lato c’è il salotto di una famiglia dell’alta borghesia, collocata fra gli anni Sessanta e Settanta: uno spazio elegante e apparentemente ordinato, attraversato tuttavia da conflitti, desideri e rapporti di potere. Dall’altro compare una sorta di rovescio della stessa casa: una superficie bianca, concava, astratta, fittamente traforata da aperture nere. Il riferimento ad una serie televisiva americana resta un elemento secondario; più interessante è il contrasto fra la rispettabilità di facciata del primo ambiente e l’inquietudine del secondo.
In questo secondo spazio prendono forma i doppelgänger: copie dei protagonisti, accompagnate da figure nere senza volto, che Guth moltiplica fino a produrre una vera proliferazione dei personaggi. Entrano ed escono, si inseguono, ripetono gesti e relazioni che appartengono alla vicenda, con una precisione coreografica notevole. Non sono soltanto la rappresentazione delle pulsioni nascoste dei singoli personaggi. La loro funzione può essere letta anche in rapporto alla forma musicale dell’opera seria.
L’aria col da capo, infatti, sospende l’azione per concentrarsi su un affetto: lo presenta, lo sviluppa e infine ritorna al punto di partenza. Anche il corpo dei replicanti procede secondo questa logica circolare. Un gesto ritorna, un inseguimento ricomincia, un avvicinamento si trasforma nuovamente in rifiuto.
La coreografia di Sommer Ulrickson, affidata ai bravi allievi della Scuola di ballo del San Carlo, non si limita dunque a illustrare la musica, ma ne riprende il principio formale. Ed è proprio qui che la regia trova il suo equilibrio: l’idea è complessa, ma non chiede allo spettatore di risolvere un enigma. Le scene nello spazio concavo sono forse il risultato più riuscito dell’allestimento, perché funzionano immediatamente sul piano visivo e teatrale.
Nel terzo atto la separazione fra i due mondi viene meno. Le figure che appartenevano allo spazio concavo entrano nel salotto e ciò che era rimasto fuori campo diventa improvvisamente parte della realtà scenica. La casa, fino a quel momento luogo della rispettabilità e della rimozione, viene così occupata dai fantasmi della stessa vicenda.
Il cast vocale trova in Giuliana Gianfaldoni una Ismene di notevole rilievo, per la qualità della linea e l’attenzione al fraseggio, con una bella messa di voce nell’aria del primo atto. Giovanni Sala affronta il ruolo di Mitridate con autorevolezza, nonostante l’indisposizione annunciata alla vigilia della prima, lasciando emergere anche la vulnerabilità del sovrano. Sara Blanch sostiene con sicurezza la difficile scrittura di Aspasia, combinando agilità e presenza scenica; Mariangela Sicilia dà a Sifare solidità tecnica e una precisa caratterizzazione drammatica, affrontando una parte concepita per un castrato. Franco Fagioli interpreta Farnace accentuandone l’irrequietezza e trovando un efficace rapporto scenico con i propri doppi. Completano il cast Alasdair Kent come Marzio e Agustín Pennino come Arbate. José Luis Mosquera è il maggiordomo muto che attraversa il salotto con la sua presenza discreta.
Riccardo Frizza mantiene una concertazione fluida e attenta alle voci, mettendo in rilievo la varietà degli affetti di una partitura sorprendentemente matura per un compositore quattordicenne. Le arie costituiscono una sorta di galleria di stati d’animo, alternando virtuosismo e momenti di intensa espressività. Particolarmente riuscito, anche sul piano scenico, il dialogo fra Mariangela Sicilia e il corno solista di Alessandro Fraticelli, presente in palcoscenico, in “Lungi da te, mio bene”, caratterizzato da un suono caldo e ben controllato.
La lettura di Guth convince soprattutto perché non cerca di aggiungere azione a un’opera che per sua natura tende a sospenderla: la trasferisce altrove, nei corpi, nei gesti e nelle immagini. Quando i due spazi finiscono per incontrarsi, personaggi e replicanti appartengono ormai allo stesso universo teatrale. E il confine fra ciò che i protagonisti mostrano e ciò che nascondono si dissolve definitivamente.




