Wozzeck al Maggio Musicale Fiorentino: un’opera che scuote le coscienze

30/09/2026 | Dietro il sipario

di Donatella Righini

Firenze – Il Wozzeck di Alban Berg fu composto nel 1925, ma ancora oggi conserva l’aspetto possiamo dire rivoluzionario, di un’opera che riassume una evoluzione della musica e del teatro musicale, che coniuga stili della tradizione con il nuovo, in particolare la atonalità. Insomma una sintesi di una parte della nostra civiltà musicale, che veicola, drammaturgicamente, una tematica ancora molto attuale: quella della malattia mentale e dell’emarginazione sociale. Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino lo ha inserito in cartellone con maestro concertatore e direttore Thomas Guggeis, regia di Deborah Warner, scene di Hyemi Shin, costumi di Nicky Gillibrand, luci di Adam Silverman e coreografia di Kim Brandstrup. Esperienza d’ascolto e di visione imprescindibile, capace di mettere ancora a nudo, come dicevamo, con spietata lucidità, le nevrosi e le fragilità del nostro presente, la partitura di Berg — incredibile architettura formale in cui rigide strutture classiche (passacaglia, suite, rondo, invenzioni) si fondono con una materia espressiva più geometrica e contemporanea per restituire con i suoni i tanti temi toccati— ha trovato nella direzione d’orchestra una lettura di straordinaria precisione e profonda drammaticità.

La compagine orchestrale del Maggio ha restituito in maniera impeccabile la complessa trama contrappuntistica e non solo, sfumando dai pianissimi dei passaggi più intimi alle esplosioni sonore dei climax più tragici, restituendo perfettamente la caratteristica “descrittiva” della partitura di Berg. Sul piano vocale e interpretativo, che richiede un impegno immane anche per l’alternanza di cantato e Sprechgesang (“canto parlato”), ottima la Marie di Anja Kampe, dalla vocalità ancora solida e drammaticamente incisiva, sia nei passaggi di più intimo lirismo sia nei picchi di sensualità e disperazione. Il baritono Wolfgang Koch tratteggia un Wozzeck antieroe dolente e abbastanza allucinato (forse poteva esserlo un po’ di più, ma lo diciamo per un gusto personale), soprattutto molto sottomesso, fino ad arrivare alla disperata follia sanguinaria. Bravo il Capitano Wolfgang Ablinger-Sperrhacke nel tratteggiare un personaggio nevrotico e grottesco e impeccabile anche nell’uso del registro acuto caricaturale. Eccellente Clive Bayley come Dottore, freddo, cinico e clinicamente spietato, che dipinge egregiamente con la voce lo scienziato maniacale che usa Wozzeck come cavia. Presenza scenica imponente e vocalità squillante, hanno consentito una perfetta esibizione anche del Tamburmaggiore, Ian Koziara. Bravi comunque tutti i componenti del cast (anche il piccolo Manfredi Attori, il bambino), nonché il solito ineguagliabile Coro, diretto da Lorenzo Fratini, e anche il Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio, diretto da Sara Matteuzzi.

La regia della Warner ha scelto una linea visiva essenziale ma fortemente simbolica: spazi piuttosto oppressivi, luci dai toni freddi e desaturati, che evidenziano lo stato d’alienazione del protagonista. Wozzeck non è soltanto la vittima di un esperimento medico o della brutalità militare; è l’emblema dell’uomo moderno alienato dal lavoro e privo di punti di riferimento morali o spirituali. Ma è anche simbolo di un degrado umano ancora attuale, come la stessa regista aveva detto in conferenza stampa “non dobbiamo guardare lontano per riconoscere Wozzeck e i suoi simili, anche a cento anni di distanza.” L’allestimento fiorentino, con la felice scelta dell’esecuzione dei tre atti senza soluzione di continuità ha sortito un gran successo di pubblico e dimostra ancora una volta come l’opera di Berg, a poco più di un secolo dalla sua creazione, non abbia perso la sua forza eversiva e della sua capacità di scuotere le coscienze.

 

 

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