La Cantatrice calva di Chailly

09/09/2026 | Dietro il sipario

di Donatella Righini

Quando l’assurdo diventa musica.

Spoleto – Il terzo titolo dell’ ottantesima stagione del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto è stato la messa in scena – con anteprima al Teatro “Caio Melisso-Carla Fendi” – della Cantatrice calva, l’ultima opera teatrale di Luciano Chailly, composta su libretto di Eugène Ionesco, tratto dalla sua celebre anti-commedia”, considerata il manifesto del teatro dell’assurdo. Chailly, che da tempo pensava di musicarla, ne ridusse il testo e lo mandò a Ionesco, che accettò i tagli apportati. Così ne è nato questo piccolo capolavoro, che siamo molto grati sia stato messo in cartellone dallo Sperimentale di Spoleto, grazie alla lungimiranza del suo direttore artistico Enrico Girardi e a quella del presidente Roberto Calai.

Il testo parla di una sera a cena di due coppie “alle prese con conversazioni confuse e prive di significato, luoghi comuni, paradossi, ripetitivi giochi di parole. Una provocazione, una sfida per il pubblico a considerare l’assurdità della vita, l’inconsistenza delle relazioni umane. La mancanza di trama accentua il valore della parola in questa drammaturgia del linguaggio fra teatro e filosofia. Quello che sembrerebbe un semplice esercizio di scrittura mette in discussione la logica e la razionalità del vivere quotidiano” come dice il regista Pier Luigi Pizzi.

Uno degli elementi di grande originalità della partitura di Chailly è la predisposizione di un organico orchestrale particolare, costituito da un triplo quintetto: un quintetto d’archi per i coniugi Martin, sostenuti e grotteschi, un quintetto a pizzico (mandolino, mandola, chitarra, arpa, clavicembalo) per i coniugi Smith, leggeri e vaniloquenti, e il quintetto di fiati suddiviso fra Mary, la cameriera svolazzante e spregiudicata (flauto e oboe d’amore) ed il capitano dei pompieri, solenne ma meschino (hekelphon, corno di bassetto e sarrussofono). Non solo: Chailly diede anche voce alla cantatrice calva, personaggio inesistente ma di cui nell’opera musicale si sente un vocalizzo che viene da lontano.

A realizzare la partitura strumentale sono stati i Solisti dell’Orchestra Filarmonica Umbra “V. Calamani”, diretti da Marco Angius. Dopo il successo dello scorso anno con il Trittico Negri la Cantatrice calva segna, infatti, anche il ritorno di Marco Angius e Pier Luigi Pizzi a Spoleto, rispettivamente per la direzione musicale e per la regia, scene, costumi e luci, rinnovando un sodalizio artistico di particolare rilievo nel panorama musicale contemporaneo.

Con Mirco Michelon assistente alla regia, Daniel Mall assistente alla scenografia e la realizzazione luci di Eva Bruno, la messinscena non poteva essere più azzeccata. Pizzi ha rivelato nuovi stilemi, che hanno permesso di far risaltare l’ironia, anche amara, della piéce, perfettamente, in linea con l’humour inglese più raffinato, efficace e intelligente. La bandiera dell’UK ha fatto da scena e da costume, sia in versione integrale (rivestimento dei divani, tovaglia, calze dei coniugi Martin), sia semplicemente nei colori degli abiti (alcuni assai bizzarri, ma evocativi del singolo personaggio) dei cantanti.

Se la parte registica è stata di così alto livello, non da meno sono stati i cantanti dello Sperimentale, in entrambi i cast: Nicola Di Filippo/Oronzo D’Urso come (Signor Smith),Valentina Coletti / Simone van Seumeren (Signora Smith),Davide Peroni / Stepan Polishchuk (Signor Martin), Rosa D’Alise / Anna Pieri (Signora Martin), Giorgia Cavaliere / Sara Di Santo (Mary,) Mattia Ribba / Davide RomeoIl (capitano dei pompieri), Beatrice Caterino (La cantatrice calva). A dimostrazione che ci sono tanti bravi giovani cantanti e che anche il repertorio del Novecento può essere per loro occasione di formazione alla carriera. Certamente il deus ex machina di questo ottimo esito musicale, sia strumentale sia canoro, è stata la direzione di Marco Angius, ormai una delle bacchette più autorevoli del repertorio novecentesco, che ha saputo amalgamare la buca con il palcoscenico, creando un dialogo fra la forza espressiva della musica strumentale e quella vocale, governando la tavolozza sonora egregiamente e con eleganza, esaltando il linguaggio di Chailly di questa opera, che si discosta dalla sua produzione precedente grazie a una nuova libertà nell’uso degli stilemi atonali.

Il risultato: grande apprezzamento del pubblico. Quindi auspichiamo che vengano sempre più proposti titoli operistici dimenticati, perché sono tasselli necessari per comprendere l’evoluzione della nostra storia musicale.

 

 

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