All’Opera di Roma.
Il mondo è fatto a scale: chi le scende e chi le sale. Il vecchio adagio, espressione di saggezza, ci è venuto in mente assistendo alla prima italiana del rodato allestimento delle Nozze di Figaro mozartiane firmato registicamente dal tedesco Claus Guth, già apprezzato in passato al Costanzi per la Jenufa di Janacek. Tre dei quattro atti della commedia per musica (Vienna 1786) del salisburghese sono difatti ambientati nell’ anonimo androne di un sottoscala, un elemento scenico poco utile se non per muovere un po’ in scena i personaggi tra i gradini della ingombrante scalinata. Il colore dominante (pareti) è poi il grigio e anche nei costumi è bandita ogni macchia di colore, rendendo la commedia e il suo intreccio più grigi del dovuto. Se l’intento era quello di una rilettura in chiave psicoanalitica (ma per quale necessità poi?) dell’intricato intreccio amoroso, si intende miseramente fallito ed anzi a farne le spese è purtroppo anche la musica di Mozart, intessuta di pagine immortali (arie e concertati) nonostante la valentia degli interpreti.
L’ambientazione di questa edizione, che dimostra ahimè tutti i venti anni che ha sulle spalle ( ben tre le apparizioni al blasonato Festival di Salisburgo) è nell’interno di in un palazzo borghese di inizio Novecento con abiti sempre monotonamente neri. Unica novità, curiosità direi non proprio necessaria, la presenza di un Cupido alato (Eros) che altri non è che il doppio di Cherubino, che va spargendo inutilmente piume come fiori sui vari interlocutori. Andrebbe poi riferito che il suddetto Cherubino non è androgino né adolescenziale come sarebbe da aspettarsi, ma un vivace ragazzino in calzoni corti; che la contessa ha verso di lui sentimenti tutt’altro che confusi e platonici ( sino ad un bacio a tre con Susanna); che Bartolo appare in carrozzella salvo poi ritrovare la deambulazione. Insomma, una grigia quotidianità borghese attraversata da complotti e congiure a fini amorosi ( un guazzabuglio ben esplicitato spiritosamente da mano ignota sulla parete di fondo alla fine del secondo atto).
Questa situazione scenica non ha certo giovato alla lettura musicale del trentatreenne direttore di origine armena Emmanuel Tjeknavorian, molto accreditato sul versante sinfonico, ma che non è parso saper dare sprint e verve al lato comico ( sia pur un po’ amaro) del plot di Da Ponte che ha alle origini una fonte di tutto rispetto come la commedia agrodolce di Beaumarchais. Dei due toni (quello comico derivante dall’intreccio e quello malinconico del desiderio inespresso), il giovane direttore sembra essere interessato ad esprimere piuttosto il secondo che il primo. Il cast vocale per altro fa per lo più la sua parte. La Russomanno è una Susanna vispa, vivace, dinamica. Il suo Figaro (Erwin Schott) ha però tratti tutt’altro che servili. Forse poco carismatico e seduttivo il Conte di German Olvera, pur vocalmente apprezzabile. Brilla nelle sue due metafisiche arie la malinconica Contessa di Roberta Mantegna, più in ombra il Bartolo di Scandiuzzi e in crescendo, dopo una partenza col freno a mano tirato, il Cherubino di Elmina Hasan. Qualcuno, dopo la discutibile e astrusa versione di Graham Wickdi qualche anno fa, si accontenta e il pubblico alla fine applaude. Ma la produzione di Guth sembra ormai un po’ vintage.
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Foto © Fabrizio Sansoni -Teatro dell'Opera di Roma
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Foto © Fabrizio Sansoni -Teatro dell'Opera di Roma
Foto di copertina: © Javier del Real Teatro Real Madrid 2022




