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In anticipo sull'inaugurazione ufficiale della Stagione
2003, avvenuta il 24 gennaio con una grandiosa edizione
del FAUST di Charles Gounod diretta M° Gelmetti, il
Teatro dell'Opera di Roma ha offerto sulle scene del
limitrofo Teatro Nazionale due diversi spettacoli di
balletto destinati per lo più ai ragazzi delle scuole.
Nel
primo, ideato da Beppe Menegatti sulla favola di Carlo
Gozzi: TURANDOT,PRINCIPESSA CHINESE, la sorpresa più
gradita è consistita nella scelta musicale caduta su
Ferruccio Busoni, un grande autore della prima metà
del '900 inspiegabilmente assai poco visitato. Lo spettacolo
in due tempi, articolato come un'opera mista di ballo
e prosa, stenta a prendere quota, appesantito da una
regia incerta sulla forma da privilegiare; gli inserti
di danza vera e propria sono troppo spesso interrotti
e posti in secondo piano rispetto ai tanti movimenti
scenici, schematici e ripetitivi, ed ai troppo lunghi
brani recitati. Ferruccio Soleri, un grande della scena,
mimo ed attore che non ha bisogno di presentazioni,
è un Arlecchino che purtroppo deve fare i conti con
l'anagrafe. Molto meglio il secondo tempo per coesione
e coerenza, dove anche il coreografo Luca Veggetti ha
maggiori possibilità di esprimersi e realizza dei passi
a due ed a tre di squisita fattura. Protagonisti di
tutto spicco, fra tanti meritevoli danzatori della compagnia
capitolina, gli interpreti principali: Gaia Straccamore,
la crudele principessa del titolo, Riccardo Di Cosmo,
l'aitante Calaf che vincerà il di lei gelido amore,
ed Angela Kusnetsova, la traditrice schiava Adelma;
immagine di un Oriente rivisto alla luce dell'estetica
floreale il gustoso e coloratissimo allestimento di
Maria Filippi. Suonava l'Ensemble Musicale di Gregorio
Nardi. Il
secondo spettacolo del Balletto del Teatro dell'Opera
era invece la ripresa di un grande successo della passata
stagione: RICORDO DI ISADORA DUNCAN, lavoro in cui Carla
Fracci si esibisce, da par suo, in alcuni assoli della
leggendaria danzatrice americana che agli albori del
XX° secolo scosse le stagnanti acque del balletto europeo.
Millicent Hodson e Kenneth Archer che già avevano ricostruito
cinque di questi brani, su musiche di autori vari, ne
hanno aggiunto questa volta un sesto, sull'allegro cantabile
della sonata "patetica" di Beethoven, che a mio giudizio
è forse ancora più incisivo ed intenso nel rievocare
il clima artistico e gli intenti coreografici della
Duncan. Come in precedenza fungeva da raccordo, coll'intenzione
di evocare alcuni fatti della vita non poco tragica
dell'artista, una garbata coreografia in forme neoclassiche,
Apollon Decò, con musiche di Satie, creata da Luc Bouy
ed affidata alle grazie di Alessia Barberini, Angela
Kusnetsova e Tiziana Lauri accompagnate da Manuel Paruccini.
Scene e costumi di Elena Puliti. Sempre più "musical"
nei nostri teatri; da quando gli italiani hanno scoperto
questo genere c'è una vera e propria frenesia nel recuperare
il tempo perduto e sulle scene arrivano uno dopo l'altro
tutti quei lavori che hanno fatto la gloria di Broadway,
anche quelli, magari, che hanno ormai un certo odore
di naftalina. HELLO
DOLLY è uno di questi, e fra i più celebri per merito
della versione cinematografica interpretata da Barbara
Streisand nel 1969, la vicenda tuttavia, del genere
de "la vedova allegra", pur se scritta da Michael Stewart
e Jerry Herman nel 1964, ha radici letterarie nella
Mittel Europa della Belle Epoque. Ora la versione Italiana,
nata a Trieste nel 1999 con la Compagnia della Rancia,
è di nuovo a Roma al Teatro Brancaccio con protagonista
una strepitosa Loretta Goggi, forse la sola nostra attrice
con una personalità ed una voce in grado di reggere
ininterrottamente la scena nel ruolo dell'intrigante
ed inesauribile Dolly. Al suo fianco un misurato ed
elegantissimo Paolo Ferrari e tutto uno stuolo di valenti
cantanti, attori, ballerini. La regia di Saverio Marconi
è veloce e frizzante così come le coreografie di Fabrizio
Angelini che reinventa con estro valzer, polke e can-can.
Agili le scene di Aldo de Lorenzo nel rievocare la Nuova
York di un secolo fa, ricchi e variopinti i costumi
di Zaira de Vincentiis. Peccato, ancora una volta che
manchi un accompagnamento orchestrale dal vivo; che
interpreti di spicco siano obbligati a cantare su basi
registrate mi sembra oltretutto poco rispettoso nei
confronti della loro professionalità!
Alberto
Cervi
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