I primi quattro concerti della raccolta vivaldiana Il cimento dell’armonia e dell’invenzione, meglio noti come Le quattro stagioni, sono stati, fin dalla loro origine abbinati a un’altra arte, inizialmente alla poesia: infatti ogni concerto è accompagnato da un sonetto introduttivo, scritto probabilmente dallo stesso autore, alle cui immagini evocate la musica si rifà: non appare dunque per nulla peregrina l’idea di Max Richter di abbinare una coreografia ad una sua rielaborazione musicale dei noti capolavori vivaldiani, arrivati a Roma, nella suggestiva cornice del teatro Argentina, nell’ambito del ROMAEUROPA FESTIVAL 2026.
L’itinerario con cui Richter ha provveduto a tale abbinamento è stato assai elaborato: The New Four Seasons è il risultato di una rielaborazione di Recomposed by Max Richter: Vivaldi – The Four Seasons, che è stato presentato in anteprima mondiale al Barbican Centre di Londra con la Britten Sinfonia e il violinista Daniel Hope, riscuotendo un immediato successo da parte della critica. Se le Stagioni hanno già fornito succulento materiale sia alle composizioni di Richter che alla coreografia, la peculiarità di questo spettacolo è che l’esecuzione dei musicisti dell’orchestra BRYGGEN è completamente a memoria e i musicisti suonano in movimento: senza il vincolo dei leggii e delle sedie, anche essi sono parte della coreografia, evocando quel senso di meraviglia che costituisce la quintessenza dell’epoca barocca. Questo esperimento risale al 2022, quando l’orchestra di Bruges ha partecipato a un laboratorio del coreografo Michiel Vandevalde per tastare i propri limiti e rimanere impeccabile nella sua esecuzione musicale anche muovendosi durante l’esecuzione.
Tra di loro c’è una sola danzatrice, secondo uno schema che si ripete nei quattro pezzi, costituiti – e su questo Richter si mantiene abbastanza fedele ai modelli del Prete Rosso – tutti da tre movimenti: nel primo suona solo l’orchestra, nel secondo entra la danzatrice e nel terzo i due piani si intrecciano e si sovrappongono in una mirabolante architettura barocca, come un ponte che collega la prima metà del XVIII secolo agli anni ’20 del XXI. Del resto, una simile prospettiva non è nuova per i musicisti di BRYGGEN – Bruges Strings: ogni esecuzione diventa un’esperienza in cui musica, immagine, testo e movimento si fondono. L’orchestra, specializzata nel repertorio baltico e scandinavo, ha una particolare sensibilità per il suono d’insieme e al colore timbrico e, pur suonando con strumenti moderni, non fa sentire la mancanza degli archi barocchi e delle corde di budello.
Le quattro stagioni corrispondono ad altrettanti capitoli della danza, a cui la coreografia si rifà: dalla visionaria Isadora Duncan per la primavera a Trisha Brown per l’inverno, passando per l’”estiva” Anna Halprin e l’”autunnale” Pina Bausch, regina del Tanztheater. Il risultato di questa operazione modernissima è un’esperienza immersiva che reinventa il concerto come spazio vivo, una sinestesia tipicamente barocca che porta lo spettatore allo stupore, all’incanto. Molto interessante anche la scenografia, costituita da uno specchio, quasi un rimando alla ciclicità delle quattro stagioni, che permette inoltre di cogliere la scena in movimento da ogni lato, quasi fosse una quinta parete che ha consentito una visione immersiva della scena, favorita non poco dalle luci, affidate a Pieter Nys e Yannick Willox.
Molto interessanti le rielaborazioni di Richter, che vanno da meri spunti tematici vivaldiani, su cui sono costruite valide pièces di musica contemporanea, fino a vere e proprie riscritture degli originali, con alcuni tempi delle battute mancanti, con palese effetto zoppicante, soluzione meno efficace, come anche meno belli il prologo e l’epilogo che introducono e concludono il concerto, entrambi di Didem Coskunseven, dal titolo di ispirazione schubertiana Traveler on a Winter’s Night. La seconda parte dell’opera che costituisce un unicum in due parti, è stata comunque arricchita da una coreografia davvero notevole, che ne ha suggerito il legame con il resto dello spettacolo.
La cosa che rimane più impressa di questa esperienza, che sarebbe riduttivo definire concerto, rimane comunque il modo di procedere dell’orchestra: è difficile dire se i suoi componenti siano eccellenti musicisti o ottimi danzatori: hanno creato un continuo e costante movimento, all’interno del quale i movimenti della danzatrice Amanda Barrio Charmelo si sono rivelati abbellimenti e diminuzioni barocche sopra una salda e quasi ostinata struttura armonica.




