Compositore, strumentista e musicologo, Giovanni Damiani scrive, suona, insegna e organizza. Pronipote del celebre architetto Giuseppe Damiani Almeyda, decide di non seguire la tradizione familiare a cui sembra particolarmente predisposto, scegliendo la strada differente, ma in un certo senso parallela, della composizione. Le sue prime opere elettroacustiche e strumentali risalgono all’età di quattordici anni. Nel 2005 viene pubblicata una monografia dedicata alla sua opera compositiva, Autobiografia delle musiche (L’Epos), nel 2008 esce il DVD monografico dal titolo Tra memoria, immaginazione, intravisto, inaudito, e nel 2023 il CD edito dalla Da Vinci intitolato Damiani chamber works.
– Com’è iniziata la sua avventura con la musica?
“Ho iniziato abbastanza tardi, a dieci o undici anni. Prima di allora detestavo la musica: tutto quello che sentivo era un’imposizione di massa. Poi ho sentito la Terza Sinfonia di Beethoven, Bach e da lì, forse per il carattere ribelle, sono subito passato a Schönberg, Messiaen e Stockhausen. Questi sono stati i miei idoli di adolescenza, mentre i miei compagni ascoltavano i cantautori.”
– È stato qualcuno in particolare ad avviarla allo strumento?
“Ho iniziato con mio fratello, con lezioni di pianoforte, e poi perlopiù da solo. Era una mia curiosità personale. A casa si respirava più l’architettura: mia madre era architetto, il mio bisnonno paterno pure architetto. Ero destinato a quello. Ero bravo a disegnare e abbastanza versato negli studi, cosa che poi è stata utile per avere una grafia chiara. La musica è stata un tradimento delle linee familiari.
Successivamente ho avuto un interesse per l’organo e poi per l’elettronica. I primi pezzi li ho realizzati su nastro magnetico, perché gli strumenti acustici mi sembravano un po’ limitanti. Mi è sempre piaciuto lavorare sul suono e realizzare idee strane, bizzarre, inaudite, forse anche sull’onda delle avanguardie.”
– I suoi primi maestri?
“Ho iniziato a studiare pianoforte privatamente e a diciotto anni sono entrato in Conservatorio. A composizione sono resistito solo un paio di anni. Già al liceo mi piaceva andare a frugare tra le partiture e i dischi nella biblioteca dell’Istituto di Storia della Musica di Palermo: trovavo quell’ ambiente stimolante, libero e aperto. I miei primi pezzi hanno avuto lì un’accoglienza magnifica. Non posso dimenticare una recensione di Paolo Emilio Carapezza su Acquario, a proposito di un concerto di giovani allievi di composizione, del pezzo intitolato Zodiaco, ancora sotto influenza di Stockhausen.
Ho continuato poi privatamente con Aldo Clementi, da cui speravo di carpire i segreti del contrappunto. È tuttora una delle mie ossessioni. Più avanti i seminari indimenticabili con Nono, Lachenmann, Stockhausen e Bussotti. Ho avuto la fortuna di conoscere tutti questi personaggi insieme a vari “leoni” locali, a partire da Federico Incardona, all’inizio molto schivo, poi invece un caro amico, magnetico e incisivo. E infine Lelio Giannetto, un fuoriserie. Entrambi irrequieti e creativi, nonché grandi organizzatori. Ne sentiamo la mancanza.”
– Come definirebbe la sua poetica?
“La definirei una poetica dell’esattezza e della precisione. Raddrizzare le tortuosità per accogliere meglio l’ascolto. All’arabesco preferisco le linee dirette, i possibili ponti retti. Mi affascina la teoria dell’unificazione del tempo musicale di Stockhausen e ho cercato di applicarla. È una vocazione illuministica, un po’ idealista: l’ossessione per il disegno definito, l’amore per la coerenza e il piacere per l’unità. Una grande varietà tenuta insieme, dominata ora in modo dittatoriale ora accogliente, finalizzata all’ascolto. Mi sento vicino a quegli autori in cui ci sono cause ed effetti, come l’amore di Sciascia per l’Illuminismo.”
– Che ruolo ha il numero nella sua composizione?
“È una conseguenza. Da giovane seguivo le correnti seriali, quindi è stato naturale riferirmi a procedimenti matematici. Rileggo parametri musicali noti cercando quasi un effetto ipnotico, un paradiso artificiale. La matematica è qualcosa che stordisce le nostre abitudini. L’adottare i numeri in modo finalizzato a stimolare l’immaginazione crea un terreno fertile.”
– È preoccupante la pluralità contemporanea?
“Ci sono già stati momenti altrettanto preoccupanti, come il tentativo aggressivo dei neoromantici di abbattere le avanguardie o l’adozione del minimalismo come bisogno di americanizzarci. Adesso c’è uno standard esecutivo notevole, con esecutori e compositori artigianalmente perfetti, ma si soffre una mancanza di originalità e di coerenza. Spesso c’è troppo eclettismo.”
– Usa le nuove tecnologie?
“Sì, le uso. Sono tra gli utenti di Csound, un linguaggio di programmazione senza interfaccia grafica, all’antica, “sovietico” come dice Nicola Bernardini. A differenza di Clementi o Bussotti, molto influenzati dall’aspetto visivo e pittorico, mi affascina pensare a parametri invisibili. Mi piace poter immaginare i suoni come qualcosa di ideale e facilmente trasportabile.”
– Che ruolo ha l’ascoltatore?
“Prima di tutto sono i suoni che giudicano e ascoltano me. Il pubblico ideale, invece, è disciplinato, non rumoroso. Lo prendo molto sul serio, perché può avere reazioni di insofferenza o disorientamento e va orientato ed educato a trovare linee di sintonia. Oggi manca l’educazione del pubblico, disperso tra vari generi, e c’è una dittatura della parola e dei messaggi brevi; dei video-shot.”
– Cosa pensa della didattica?
“Sono terribile! (Ride). Se qualcuno mi chiede se vale la pena studiare la composizione, gli faccio vedere le “punizioni corporali” a cui mi sottopongo. Mi piace realizzare le mie idee, quindi io stesso eseguo la mia musica, la promuovo e organizzo i concerti. Ultimamente ho fatto un concerto con 24 variazioni per due pianoforti, nate come “costola” di una grande sinfonia in sei movimenti, frutto di un anno di lavoro. Nell’incertezza di trovare gli interpreti per un organico orchestrale più ampio, ne ho ricavato questo brano per due pianoforti. Non si tratta di una riduzione, bensì di una riutilizzazione del materiale buono “avanzato” dal pezzo principale.”
– A proposito di organizzazione, sta curando un festival di Curva Minore…
“La famiglia di Lelio Giannetto ha voluto mantenere questo tesoro della tradizione ventennale di Curva Minore: un humus fertile, aperto a situazioni sociali, bizzarre e anti-accademiche. Valeria [Cuffaro, direttrice artistica, ndr] e i suoi figli mi hanno proposto questo triplo omaggio a Carapezza, Incardona ed Evangelisti. All’interno della rassegna si parlerà di avanguardie musicali e artistiche degli anni Sessanta e ci saranno concerti con prime assolute eseguite dall’ensemble Vox Nova, dalla SIO (orchestra di improvvisatori fondata da Lelio) e dall’MDI Ensemble.”
– Dove va la musica di oggi?
“C’è chi affronta il futuro in modo roseo e speranzoso e chi in modo distopico o catastrofico. Io mi sento un pesce fuor d’acqua e mi tengo stretti i miei santi protettori. Un mio alunno mi ha detto che la cosa più nuova in assoluto è l’intelligenza artificiale e che dobbiamo correre verso di essa. Rispondo: “State attenti, è un bellissimo strumento, ma è pur sempre uno strumento”. Puoi crearci una canzone di Sanremo, e magari vinci, perché c’è un conformismo di fondo che riproduce l’esistente a pappagallo. Sono molto più interessato a tematiche reali. Il vero maestro rimane Schönberg con la sua idea di economia di mezzi, o Incardona, che mi ha insegnato a non seguire gli stili. La difficoltà del musicista oggi è grande: è torchiato da concorsi e richieste esasperate. Ma bisogna continuare nonostante tutto.”
– Serve ostinazione…
“Sì, l’ostinazione. Se uno facesse il salutista o cercasse le comodità, oppure seguisse la logica comune, dovrebbe smettere subito. Ma in Sicilia, nonostante manchino spesso le “braccia” e le strutture stabili per la nuova musica, ci sono splendide teste e una gran voglia di fare. E noi continuiamo.”




