Romeo e Giulietta. Una tragedia romantica

02/06/2026 | Dietro il sipario

di Aksana Miron

La scena iniziale col coro dell’Opera (foto Fabrizio Sansoni)

Il capolavoro di Gounod all’Opera di Roma
ROMEO E GIULIETTA
UNA TRAGEDIA ROMANTICA

All’interno di un articolato progetto che guarda a William Shakespeare e al suo teatro l’Opera di Roma, dopo il Piramo e Tisbe di Lampe e prima del Sogno di una notte di mezza estate nella coreografia di George Balanchine (ma per l’estate è previsto al Circo Massimo anche lo stupendo e poetico Romeo e Giulietta di John Cranko), ha proposto uno dei capolavori indiscussi del drame lyrique francese inscenando il Roméo et Juliette (1867) di Charles Gounod.  Di certo il libretto di Jules Barbier e Michel Carré si prende forse qualche libertà di troppo nei confronti dell’originale shakespeariano, ma in fondo  tutto è funzionale a rendere più scorrevole i lunghi cinque atti della tragédie francese.

Il resto lo fa la musica di Gounod, che del dramma esalta soprattutto l’aspetto romantico, chiudendo con la more dei giovani innamorati comprensibilmente senza il monito del duca di Verona alle famiglie rivali e facendo morire Giulietta sull’altare delle nozze invece che nel suo letto alla vigilia del suo non desiderato matrimonio.

Gli schermidori delle famiglie veronesi (foto Fabrizio Sansoni)

L’allestimento segna anche un piano di collaborazione tra l’Opera e il Teatro di Roma grazie alla apprezzata regia di Luca De Fusco, regia coerente ed innovativa senza per altro essere iconoclasta. In una scena praticamente fissa, con sul fondo le arcate veronesi sempre in una predominante penombra, si muove la piazza delle scomposte faide mentre sul fondale si proiettano sia eleganti tele di preraffaelliti alla Dante Gabriele Rossetti, sia una architettura assolata ma metafisicamente desertica alla De Chirico. I giovani scherani contendenti delle due famiglie rivali sono trasformati in schermitori in tuta bianca come nelle più classiche gare di fioretto a squadre. In un’atmosfera plumbea dove domina l’oscurità non sempre motivati appaiono invece i movimenti coreografici (ombre, fantasmi che volteggiano tra i veli). Gli abiti di Marta Crisolini Malatesta (in cui spicca l’azzurro di Romeo) non sono medioevali, ma non stonano con la dimensione di extra-temporalità dell’allestimento, dove tutto appare funzionale alla scorrevolezza drammaturgica e ad una maggiore sintesi narrativa.

Il soprano georgiano Nino Michaidze nei panni di Giulietta ( foto Fabrizio Sansoni)

Un punto di forza è poi decisamente la direzione surriscaldata di Daniel Oren, che grazie alla sua rodata esperienza fa brillare l’orchestra capitolina ottenendone un suono cangiante dal lirico all’ intensamente drammatico. Gounod è autore che esalta il canto, rimane in fondo un melodista più che un melodrammaturgo alla Verdi e privilegia dunque la scrittura vocale, cui Oren dà per altro il suo pieno e incondizionato appoggio. Una menziona va poi al compatto coro diretto da Ciro Visco, mentre le altalene emotive di Giulietta erano nella buone mani del soprano Nino Michaidze che si esalta nelle mutevoli atmosfere emotive,  laddove il Roméo di Vittorio Grigolo cercava di  restare sempre tra le righe di un sano ed elegante romanticismo. Bene nei ruoli secondati il Tibaldo del tenore Valerio Borgioni, poco caratterizzato invece il Mercuzio del baritono Mihai Damian che non ha proprio nulla del personaggio scanzonato e stravagante, giovanilistico e provocatore magistralmente disegnato da Shakespeare. Applaudito infine anche lo Stephano, il paggio canterino en travesti del mezzosoprano nipponico Aya Wakizono. Alla fine grande soddisfazione generale materializzata in lunghe salve di applausi. En attendant la prochaine Midsummer night.

(foto Fabrizio Sansoni)

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