Liquidi e fossili nel Pelléas di Castellucci

16/06/2026 | Dietro il sipario

di Gianluigi Mattietti

Foto Monikas Rittershaus
«Non ho mai visto capelli come i tuoi, Mélisande!… Vedi, vedi, vedi, vengono da sì alto e m’inondano fino al cuore… M’inondano tutto fino alle ginocchia!… E son dolci, son dolci come piombassero dal cielo!…». Così Pelléas si rivolgeva a Mélisande affacciata a una strana finestra circolare, aperta in cima a un parallelepipedo grigio, più un monolite che una torre. E ad “inondare” il giovane non erano i lunghi capelli della ragazza, ma rivoli di un liquido lattiginoso che scendevano lungo quella parete grigia. Così Romeo Castellucci interpretava la famosa scena che apre il terzo atto dell’opera di Debussy: con un’immagine indimenticabile, potente e suggestiva (oltre che sottilmente legata alle parole del libretto), una delle tante che punteggiavano la sua regia, la prima alla Scala. Divenuto famoso negli ultimi 15 anni con le regie operistiche (dal Parsifal di Bruxelles alla Salome di Salisburgo), Castellucci ha applicato all’opera le sue idee di teatro d’avanguardia, maturate anche a contatto con il compositore elettronico Scott Gibbons: «Ho una mentalità musicale. Quando mi avvicino a un’immagine sul palcoscenico, penso sempre in termini di suono o melodia […] Per me l’opera è ancora una foresta vergine, dove posso scoprire molte cose». È un teatro fatto di visioni e di simboli, dal fascino spesso illusionistico, che si adattava molto bene a un’opera come il Pelléas anche Daniel Okulitch (il capitano), Janethka Hosko (la ragazza inglese), Andreas Mattersberger (primo ufficiale) e, ultima ma non ultima, Susan Bullock, che ha compensato le non più terse e solide capacità vocali con una intelligente e esperta interpretazione del personaggio di Marilyn Klinghoffer. Trionfo per tutti in un teatro sold out, evviva il Maggio Musicale Fiorentino.
Tutto lo spettacolo, era immerso in questa dimensione umida, plumbea, opprimente, come le grotte descritte da Pélleas («C’è un’aria umida e pesante come una rugiada di piombo, e tenebre spesse come una sostanza velenosa»), costruito con grande maestria tecnica, con scene e personaggi che apparivano da superfici grigiastre come per magia, illuminati dalle luci radenti di Benedikt Zehm), punteggiato da grandi altorilievi in pietra che raffiguravano le stesse scene narrate, come fossili di una storia già accaduta. In questa penombra grigia e soffusa, i colori acquistavano un immediato rilievo simbolico: la foresta, indefinita, inquietante, proiettata sullo sfondo, a volte veniva ribaltata o si tingeva di rosso sangue; il mare era evocato da un grande telo bianco che cadeva morbidamente sulla scena; Pelléas entrava in scena con le due lettere (ricevute dal fratello e dall’amico Marcellus), una blu e una rossa, come le pillole di Matrix, emblema di una scelta decisiva per il proprio destino. L’incontro alla fontana dei ciechi si trasformava in un rituale quasi battesimale con una serie di ciotole d’acqua lattiginosa, che Pelléas e Mélisande si versano addosso; la scena appariva improvvisamente bianca, immersa in una luce accecante, quando (alla fine del quarto atto) i due giovani si confessavano il loro amore, e lo mettevano in scena vestiti da Pierrot e Colombina, come un surreale squarcio di commedia dell’arte; quello spazio luminoso si riduceva fino a scomparire con l’arrivo di Golaud, portatore di tenebre. Bellissima e conturbante anche la scena finale, dove Mélisande morente, come un pezzo da museo, veniva collocata in una teca di vetro insieme ad altri gioielli, mentre la neonata veniva deposta accanto a uno scheletro, come un fossile fragile in un museo paleontologico.
La direzione musicale di Maxime Pascal (che Romeo Castellucci ritroverà quest’estate a Salisburgo per Saint François d’Assise), molto precisa, era pensata come un flusso armonico asciutto, privo di grandi slanci ma sensuale e pieno di bagliori, che bene si sposava con la lettura registica. Sara Blanch era una Mélisande enigmatica, vulnerabile, ma vocalmente disomogenea. Anche Bernard Richter si apprezzava più per le doti interpretative che per le qualità vocali e l’emissione troppo aperta. Simon Keelyside coglieva bene il lato rabbioso di Golaud, ma con un fraseggio sempre morbido, dimostrando la sua grande esperienza in quest’opera (dopo avere interpretato anche per anni il ruolo di Pelléas). John Relyea aveva i gravi giusti per il re Arkel, ma poche sfumature e una dizione sommaria. Intensa, espressiva e dotata di un bel timbro vellutato era la Geneviève di Marie-Nicole Lemieux. Il piccolo Yniold era affidato alla piccola voce di Allegra Maifredi, del coro dei bambini della Scala.

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