Hans Werner Henze all’Opera di Roma
EL CIMARRÓN: IL SUONO RUVIDO DELLA LIBERTÀ
El Cimarrón di Hans Werner Henze, nello spazio raccolto del Teatro Nazionale, è sembrato meno un’opera da camera e più un racconto vissuto davanti agli occhi del pubblico. In scena ci sono pochi elementi: quattro musicisti, alcuni oggetti e una musica che nasce dal respiro, dai rumori degli strumenti e dai movimenti degli interpreti.
L’opera prende spunto dalla storia vera dello schiavo fuggitivo Esteban Montejo, raccolta dallo scrittore cubano Miguel Barnet, presente in sala. Ma il tema non resta legato solo al passato: El Cimarrón , composto da Henze durante il suo soggiorno a Cuba alla fine degli Anni Sessanta, parla soprattutto della difficoltà di restare sé stessi in un mondo che cerca continuamente di controllare e uniformare le persone.
La nuova produzione del Teatro dell’Opera di Roma, pensata anche come omaggio per il centenario della nascita di Hans Werner Henze e con la regia di Michael Kerstan, evita effetti facili e immagini troppo decorative. La scena è quasi spoglia, e proprio per questo ogni suono sembra più vicino: il pubblico percepisce il peso dei silenzi, dei colpi delle percussioni e persino dei respiri.
Il baritono Robert Koller interpreta Esteban come un uomo fragile, nervoso e a volte ironico, più umano che eroico. La sua voce cambia continuamente tono, passando dal racconto al grido con grande naturalezza in una sorta di Sprechgesang.
Anche i musicisti (Camilla Hoiternga flauto, Ivan Mancinelli percussioni e Christina Schor Mancinelli chitarra)diventano così parte della storia. Il flauto, in vari registri, produce suoni che ricordano versi di animali, le percussioni evocano catene e rituali, mentre la chitarra alterna momenti più dolci ad altri più inquieti. In alcuni passaggi la musica sembra quasi nascere sul momento da una improvvisazione.
Non tutto però mantiene la stessa intensità e alcune scene centrali rallentano un po’ il ritmo dello spettacolo. Ma forse è proprio questa scelta a rendere El Cimarrón diverso da molte altre opere: non cerca mai di trasformare la sofferenza in un evento spettacolare.
Alla fine gli applausi sono stati lunghi, anche dopo qualche comprensibile istante di silenzio. Un silenzio che sembrava più una reazione emotiva che un’esitazione. Ed è probabilmente questo che rende ancora oggi El Cimarrón un’opera così particolare: non chiede di capire tutto immediatamente, ma di lasciarsi attraversare dalla musica e dalle emozioni che porta con sé. Una denuncia discreta per orecchie di buona volontà.
Foto di Tancredi-Versailles e Fabrizio Sansoni




