Mancava da ben 22 anni dalla programmazione del Teatro Costanzi il Tancredi di Gioachino Rossini, una delle sue opere serie più blasonate e riuscite, modello esemplare di belcantismo. In passato era stata la Horne a portarla alla ribalta contemporanea, ora si mira ad un allestimento di tutto rispetto griffato registicamente dalla palermitana Emma Dante. Ed era quindi quasi scontato che la regista siciliana optasse per un allestimento che le ricordasse il consanguineo teatro dei pupi, con i suoi eroi di legno in corazza, elmo piumato e spada sguainata, Un allestimento dunque pieno di colore e di suggestione a restituire al plot eroico del libretto di Giacomo Rossi, desunto dalla tragedia di Voltaire, il suo carattere mitico e primordiale, di una umanità leggendaria e metafisica.
C’era poi la scelta del finale tragico, dunque non quello lieto secondo la convenzione della prima veneziana del 1813, bensì quello della replica ferrarese dello stesso anno, più consono al finale tragico dell’originale di Voltaire: Tancredi infatti muore nella battaglia che ingaggia per salvare la sua Siracusa assediata dai saraceni. Come giusto in un’opera del genere la vicenda guerresca si mescola con quella amorosa: il sentimento di Tancredi e di Amenaide, vittima di equivoci ed eroina sino alla fine, costi quel che costi, è contrastato da equivoci e malintesi e trionfa solo con la morte dell’eroico cavaliere.
C’è poi la splendida musica del geniale Rossini appena ventunenne, che si scrolla di dosso ogni vezzo tardobarocco per conferire un sapore proto-romantico all’azione attraverso arie belcantistiche, duetti, cori guerreschi. Mariotti si fa ancora una volta apprezzare, anche se l’inconfondibile smalto rossiniano sembra ancora perfettibile.
La Dante fa dei protagonisti dei pupari, che dapprima determinano l’azione, poi sono a loro volta determinati (diventando pupi a loro volta) da un fatale destino che li sovrasta. Insomma i pupari, in tuta rigorosamente nera, gradatamente s’impupano mentre i legnosi pupi si umanizzano. Questa scelta, di certo suggestiva e condivisibile, comporta però necessariamente che il movimento meccanico dei personaggi-pupi conferisca quasi un aspetto farsesco ad un’opera che di farsesco non ha proprio niente. Colori, costumi e scenografie ( di Carmine Maringola) con quinte e fondali dipinti (una sicula vegetazione lussureggiante, ma anche un’Etna in eruzione allo scioglimento del plot) sono di grande impatto ed il pubblico dimostra di gradire.
Nella musica si apprezza, oltre alla vis ritmica rossiniana, la purezza del (bel)canto non solo nelle singole arie (celeberrima Di tanti palpiti che suscitò diverse variazioni da Giuliani a Paganini) ma anche nei duetti e nel bellissimo concertato del primo atto tale, per la sua complessa lunghezza, da mettere in imbarazzo la regista che interviene didascalicamente con nuvolette per identificare i vari personaggi mettendo ordine nel bailamme.
Pur nella sua efficacia in dissolvendo pianissimo, convince poco la scelta del finale tragico, una buona mezz’ora di musica che suona comunque posticcia
( bellissimo comunque il duetto tra i due amanti) e non aggiunge molto al plor salvo l’adesione al modello volterriano.
Come anche poco convince in definitiva il ricorso al controtenore in un ruolo che da quel tipo di voce fu interpretato solo più tardi ( a Siena e Dresda) ma non sappiano se solo per necessità del teatro locale più che per una convinzione dell’autore. Vistoli tuttavia ce la mette tutta per far uscire il suo personaggio (Tancredi che alla fine muore sconsolato) dalla naftalina e conferirgli una dimensione quasi di eroe romantico.
Molti applausi riceve anche la sfaccettata Amenaide di Martina Russomanno, un’amante appassionata che si esalta anche nella scena topica della prigionia dimostrando di possedere l’invidiabile dote di cantare acuti in pianissimo. Si difende bene nell’impervio ruolo di Argirio, inflessibile padre di Amenaide, Antonino Siragusa, mentre Luca Tittoto pennelleggia un impulsivo Orbazzano. Alla fine convinti applausi per tutti. In fin dei conti Rossini mette sempre d’accordo tutti.




