Astor, l’essenza del tango: più danza che musica

03/10/2026 | L’angolo della danza

di Donatella Bertozzi

Un personaggio contraddittorio e affascinante, Astor Piazzolla, una musica favolosa (e non solo la sua), una compagnia di danzatori giovani e tecnicamente agguerriti e una compagine di collaboratori di prim’ordine: le premesse c’erano tutte per decretare il successo di uno spettacolo come Astor – un secolo di tango, rodata produzione del Balletto di Roma riproposta i questi giorni dalla compagnia al Teatro Olimpico di Roma in collaborazione con l’Accademia Filarmonica Romana.

Rispetto alla prima, snella versione, ideata nel 2021 “per otto danzatori e un bandoneon” per celebrare il centenario della nascita di Piazzolla, lo spettacolo nel corso del tempo e delle quasi cento repliche realizzate, in Italia e all’estero, ha subito una serie di successive evoluzioni e si è recentemente arricchito anche di un insieme di testi recitati, affidati alla voce narrante di Vincenzo Bocciarelli.

Il fulcro più sostanzioso e interessante dell’operazione, trattandosi di una compagnia di danza, è costituito dall’impianto coreografico dell’opera, affidato a Valerio Longo, già interprete di talento (Balletto di Toscana, Aterballetto), oggi coreografo di lunga esperienza, vicedirettore artistico della compagnia.

Dimostrando di padroneggiare con abilità e una buona dose di inventiva e raffinatezza un linguaggio di robusta radice modernista, Longo lancia i suoi danzatori – dotati di ottima preparazione tecnica e di una bella duttilità stilistica – in una serie successiva di quadri che rievocano, guidati dai testi e dalla voce narrante, non la storia del tango (come il titolo faceva temere) ma la vicenda, ripresa per sommi capi, di un geniale compositore, ribelle e innovatore, tormentato e contraddittorio quale fu Piazzolla.

Ad apertura di sipario un musicista con il suo strumento – un bandoneon, lo strumento d’elezione di Piazzolla – prende posto al lato del palco. Da lì in poi, con l’apparire dei ballerini, musica e danza entrano in un fitto dialogo cui si aggiunge, subito dopo, la voce narrante che traccia, con un’articolazione forse fin troppo didascalica, alcuni dei percorsi cruciali di vita del musicista argentino (di origine italiana: pugliese e toscana). Ne seguiamo il trasferimento a New York, ancora bambino, il suo incontro con lo strumento, regalo del padre, il primo ritorno, dei tanti, in Argentina, la sua iniziale avversione per il tango e l’ostinato tentativo, negli anni giovanili, di rifuggire, come musicista argentino, all’implacabile associazione col tango.

Come un’eco temporale e dinamica della vicenda narrata scorrono i movimenti dei danzatori: in piccoli gruppi, sul fondo, ricordano e rievocano un certo stile art déco, riportando alla mente, anche grazie allo stilizzato esotismo dei costumi di Silvia Califano, il profilo di certe celebri figurine di biscuit (come le viennesi Goldsheider) mentre in primo piano la più corposa e dinamica radice modernista dei movimenti articola e richiama la forza innovatrice della danza di quegli stessi decenni fra le due guerre. I grandi ed energici salti degli elementi maschili, la potente energia delle coppie – a volte con un’eccessiva insistenza sulle grandi estensioni delle interpreti femminili – tutto concorre a creare un efficace contrappunto fra musica, danza e narrazione. L’apparizione di una coppia di ballerini di tango – Leonardo e Cristina Elias – aggiunge con leggerezza una nuova componente dinamica, tanguera, al quadro d’insieme.

Si giunge però, circa alla metà del percorso, ad un punto in cui, nonostante la bravura degli interpreti e l’impegno del bandoneonista e fisarmonicista Mario Stefano Pietrodarchi, qualcosa all’orecchio non torna. Quando la narrazione giunge al momento in cui, approdato a Parigi e anche grazie al consiglio della sua formidabile maestra Nadia Boulanger, Astor si riconcilia col tango e con il suo destino decidendo di “assassinare” la tradizione e inventarsi un tango nuevo – cosa per cui fu vituperato e poi, fino ad oggi, celebrato – l’orecchio chiede insistentemente di ascoltarlo in tutta la sua potenza e interna articolazione, questo tango nuovo: non può bastare, non basta più – forse non è mai bastata – la voce del bandoneon accostata a una base registrata. I pur brillanti arrangiamenti di Luca Salvadori – anche autore, che cita con competenza Gardel, Solanas, Duke Elligtonon, la Piaf e l’inconfondibile voce di Milva – non possono restituirci la verità della musica di Piazzolla. Né timbri, né colori, né ritmi possono esser trasmessi da un nastro registrato, che, rispetto alla musica dal vivo, ha la stessa consistenza che può avere, rispetto a un quadro, una semplice fotocopia.

La fotocopia di un quadro ci può dire molto, ma non ci può dire tutta la verità.

Da qui in poi lo spettacolo perde progressivamente forza e vigore. Anche il disegno luci del pur bravissimo Carlo Cerri, prima vivace, appare impoverito. I costumi non legano più con l’epoca e la stagione creativa. Forse ce ne volevano di nuovi: il celebre Libertango è una composizione del 1974. Cambiano i tempi cambiano anche i costumi.

Resta, efficace e forte, la bravura dei ballerini: spiccano in particolare Francesco Moro, Roberta De Simone, Paolo Barbonaglia. Ma tutta la compagnia merita l’applauso convinto del pubblico.

Sappiamo che in alcune occasioni questo spettacolo ha potuto avvalersi del contributo di un’orchestra dal vivo. Sarebbe, crediamo, opportuno investire per poter contare, in ogni caso, almeno su un quintetto, l’organico per altro prediletto da Astor.

 

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