L’indomani del debutto di Giselle, Théophile Gautier si accingeva, come sempre, a scrivere il suo articolo di teatro per La Presse. Era per lui l’appuntamento di ogni lunedì. Ma quella volta la situazione si presentava assolutamente diversa dal solito. Gautier avrebbe dovuto scrivere di sè stesso, perché, di quella Giselle, andata in scena a Parigi il 28 giugno del 1841, era stato l’ideatore e, in collaborazione con Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges, il librettista. Autentico, l’imbarazzo dell’articolista si faceva sentire forte. Sottrarsi all’impegno col suo pubblico era improponibile, ma, d’altra parte, trovare un sostituto scrittore di appendici a portata di mano e poco indaffarato si prospettava molto difficile, se non impossibile.
Insomma, il 5 luglio, nonostante tutto, l’articolo andò in stampa a firma di Théophile Gautier. L’impasse del recensore era stata superata: lo scritto aveva preso forma di lettera destinata all’amico Heinrich Heine, autore del De l’Allemagne. All’epoca, creature soprannaturali di mondi a parte, non umane o non più umane, abitavano i libretti coreografici; silfidi, naiadi, ondine, ninfe popolavano le rappresentazioni della femminilità dando al gesto muto del balletto nuove parole romantiche, nuove ispirazioni. Ma Gautier arrivò alla sua Giselle sfogliando le pagine di quel bel libro di Heine. O, almeno, così racconta: fu quel passo del De l’Allemagne dedicato alla tradizione slava delle Villi tanto affascinante a suscitarne la fantasia del librettista. «Le Villi sono fidanzate che sono morte il giorno prima delle loro nozze. Le povere ragazze non possono rimanere tranquille nella loro tomba. Nei loro cuori estinti, nei loro piedi morti è restato quell’ amore per la danza che esse non hanno potuto soddisfare durante la loro vita; e , a mezzanotte, si levano, si radunano in gruppi sulla strada e disgrazia al giovane che le incontra! Bisogna che egli danzi con loro; esse lo avvolgono con un desiderio sfrenato e lui danza con loro fino a quando cade morto. Ornate dei loro abiti nuziali, delle corone di fiori sulla testa, degli anelli brillanti alle dita, le villi danzano al chiaro di luna come gli elfi. La loro figura, sebbene bianca come la neve, è bella di gioventù ; esse ridono con una gioia così spaventosa, esse vi chiamano con tanta seduzione; il loro aspetto ha così dolci promesse!».
La leggenda delle Villi, queste irresistibili baccanti morte il giorno prima delle nozze, bianche come neve, che ridono di una gioia spaventosa e chiamano con tale seduzione, era, per la sensibilità di un uomo del Romanticismo come Gautier, sicuro materiale per un libretto coreografico. Ma come trasporre in balletto francese questa poesia vaporosa e notturna, questa fantasmagoria voluttuosamente sinistra? Il lavoro fu affidato a un team vincente: nel giro di pochi giorni, Giselle ou Les Wilis, ballet fantastique in due atti fu confezionato. C’era bisogno di costruire una storia intorno alla bella morta della leggenda di Heine: ci pensarono Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges e Théophile Gautier; Jean Coralli e Jules Perrot idearono i passi, i balli, gli effetti coreografici; la scenografia trovò in Pierre Cicéri l’artefice di paesaggi ineguagliabili; la musica di Adolphe Adam si mostrò subito superiore alle composizioni per balletto che circolavano allora nei teatri. Gli interpreti principali non furono da meno: Carlotta Grisi, Adèle Dumilâtre e Lucien Petipa.
Per perfezione, leggerezza, arditezza, voluttà casta e delicata, la Grisi fu considerata allo stesso livello delle celebratissime Fanny Elssler e Maria Taglioni; Lucien Petipa, aggraziato, appassionato e toccante, fu accolto tanto bene come poche volte era accaduto a un ballerino. E così, come ci ha raccontato Gautier in quel suo articolo che in forma di lettera registrava un atto di nascita, le Villi tedesche ebbero grande successo all’Opéra francese. Il messaggio contenuto era, sì, conservatore, ma l’opera d’arte era di una qualità veramente rara. Infatti, da allora, il balletto di Giselle continua a muovere i sentimenti come solo un capolavoro riesce a fare; continua a esercitare un’influenza particolare come indimenticabile, nascosto magari nelle pieghe della memoria individuale o mimetizzandosi nell’inconscio collettivo; continua ad agire nell’offrire forma alle esperienze future, nel fornire modelli da ripensare, temi da riattualizzare, schemi di classificazione da riordinare, paradigmi di bellezza da preservare. Con quella forza che solo un classico possiede, insomma, Giselle è stata e resta un’opera che, a dirla con Italo Calvino, “non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.




