Amici di Sosta per Sofia Nappi

14/09/2026 | L’angolo della danza

di Donatella Bertozzi

Il REF alla Conciliazione.

Grande successo e ripetute ovazioni di entusiasmo da parte di un pubblico prestigioso e variegato hanno accolto all’Auditorium Conciliazione la serata inaugurale del Romaeuropa Festival. In scena Dodi e Chora (il vuoto all’origine), due opere firmate dalla coreografa fiorentina Sofia Nappi per la giovane compagnia italiana Kamoko, da lei fondata e diretta. Dodi (dall’ebraico “dono”, “essere amato”) è del 2021 ed è ufficialmente la prima coreografia firmata dalla Nappi, giunta peraltro a maturazione dopo un importante periodo di apprendistato coreografico, svoltosi in buona parte negli Stati Uniti. Chora è invece una nuova creazione, qui proposta in prima nazionale.

Classe 1994, con un impressionate curriculum di esperienze internazionali alle spalle – sia formative che professionali – la Nappi, da alcuni anni “artista associata” della storica formazione “Sosta Palmizi” (fin dalle sue origini una vitale piattaforma di talenti d’autore), ha percorso rapidamente, nell’arco di poco meno di un decennio, tutte le tappe di una carriera serrata e ricca di opportunità ed è oggi una firma della danza contemporanea italiana conosciuta a livello internazionale.

Il suo approdo alla serata inaugurale di un cartellone di prestigio come quello di Romaeuropa rappresenta senz’altro un traguardo notevole e beneaugurante.

In Dodi, il più antico dei due lavori in scena, due uomini interagiscono fra loro, danzano ovvero dialogano, attraverso il movimento, comunicano, scambiandosi brevi frasi dinamiche, intrecciando passi e umori, tenerezza, ironia, curiosità, intesa. Si fondono, a tratti. Muovendosi quasi all’unisono, ma senza mai perdere, ciascuno, la propria identità e mantenendo comunque due personalità distinte, ben leggibili e riconoscibili. Sono due personaggi.

Come le era già accaduto con Wabi Sabi – visto proprio a Romauropa nel 2021 nella sezione Dancing Days dedicata alla giovane danza contemporanea europea – Nappi definisce questa sua creazione “un viaggio”. Ci appare, effettivamente, come un viaggio di iniziazione per chi guarda: nelle due danze maschili si riconoscono una traccia, un cammino, i segni di un’intesa interpersonale ma anche quelli di una comunità alle loro spalle. Un’idea di comunità che affiora e ritorna, anche nei richiami e nelle leggere ma distinte citazioni provenienti dal folklore e dalla danza popolare, negli allacci, nei fuggevoli intrecci delle braccia che rimandano a infinite catene di ballerini che danzano su una spiaggia, sull’aia o in un cortile. Nappi non ha l’età per aver assistito alle affabulanti e innovative evoluzioni dei suoi giovani colleghi di “Sosta Palmizi” ne “Il cortile” oltre quarant’anni fa, ma in questo Dodi ci sono positivi echi di quei personaggi e di quelle innovazioni. Ma c’è anche l’autorevolezza confortante di un segno originale, che marca un significativo passaggio di testimone, pur restando nella scia di una generazione che ha segnato la storia della danza contemporanea italiana.

Diverso il discorso per Chora: qui gli echi sono intergenerazionali e il passo dei maestri si fa più incalzante, prevalente, alla lunga inesorabilmente predominante, rispetto alla voce personale di chi l’ha evocato: in quelle folate di generosi dinamismi che a ondate ricorrenti spazzano la scena, ora raccogliendo ora disperdendo i danzatori, agitandoli incessantemente – illuminati dai bellissimi giochi di luce di Alessandro Caso – affiorano con chiarezza dinamiche, elaborazioni e intuizioni altrui. Hofesh Shechter, in particolare – il migliore e il peggiore Schechter a dirla tutta, visto proprio qui, a Romaeuropa in certe creazioni folgoranti e in altre, più infelici, riproduzioni di sè stesso – ma anche il respiro geniale di Ohad Naharin coreografo, oltre all’immateriale liberatoria metodologia del gaga: come nei loro lavori e come in una classe di gaga anche qui ciascuno ha una propria, legittima, voce. Che però, su questa scena, fatica a risuonare e a distinguersi. Nella dispersione della forma, senza autorevoli scelte – di colore o di tono – ciascuno è confuso agli altri e prevale la sensazione del “già visto”.

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