La tragedia di Mahler e il miracolo di Dresda

14/09/2026 | Tra le note

di Pierluigi Guadagni

Verona – Ci sono orchestre che hanno una storia e orchestre che sono la storia. La Sächsische Staatskapelle Dresden, fondata nel 1548, appartiene senza dubbio alla seconda categoria: una delle più antiche compagini orchestrali del mondo, custode di un “suono di Dresda” brunito, sontuoso e aristocraticamente compatto, frutto di secoli di tradizione. Al Teatro Filarmonico di Verona, per l’inaugurazione del Settembre dell’Accademia, questo suono ha incontrato Daniele Gatti, suo direttore principale dal 2024, per affrontare la Sesta sinfonia di Mahler, ottanta minuti di musica senza consolazione né redenzione.

Quello che colpisce immediatamente è il grado di affiatamento raggiunto da Gatti con l’orchestra. Non è più il rapporto fra un direttore ospite e una grande compagine, ma quello assai più interessante fra un musicista che conosce ormai profondamente il proprio strumento e uno strumento che ha imparato a respirare con lui.

Il primo movimento, Allegro energico, ma non troppo, parte con quella marcia che sembra procedere verso un destino già scritto e che Gatti non trasforma mai in una semplice dimostrazione di muscoli. La marcia avanza, si gonfia, torna a contrarsi; e sopra questo moto ostinato emerge il grande tema lirico, quello tradizionalmente associato ad Alma, che qui trova negli archi una nobiltà quasi wagneriana. È proprio nel rapporto fra le due dimensioni — la marcia e il canto, la necessità e il desiderio — che Gatti costruisce la tensione. Le sezioni pastorali non sono parentesi decorative: diventano momenti di sospensione dentro una macchina che continua sotterraneamente a minacciare.

E qui arriva la prima scelta destinata a far discutere: Gatti colloca lo Scherzo come secondo movimento e l’Andante moderato come terzo, ripristinando l’ordine originariamente concepito da Mahler e poi modificato dal compositore nelle sue successive esecuzioni. La scelta, pur non essendo accompagnata da una dichiarazione del direttore, appare tutt’altro che casuale: lo Scherzo secondo accentua la continuità drammatica con il primo movimento, trasformando la marcia in una danza grottesca e inquietante, mentre l’Andante al terzo posto diventa una vera isola lirica prima della lunga notte del Finale.

Lo Scherzo di Gatti è infatti una delle cose più impressionanti della serata. Non c’è nulla del grazioso scherzare di maniera: il carattere Wuchtig viene preso sul serio, con una pesantezza elastica, quasi allucinata. Il ritmo sembra continuamente sul punto di incepparsi. I corni assumono una funzione sinistra, le percussioni incidono il tessuto con precisione chirurgica, i legni inseriscono quelle smorfie che trasformano la danza in una caricatura. E nei Trio la musica sembra improvvisamente ricordarsi di essere stata innocente, salvo scoprire immediatamente dopo che quell’innocenza non esiste più.

Poi l’Andante moderato. E qui cambia il mondo. Gli archi di Dresda costruiscono un tappeto sonoro di una bellezza quasi indecente. Non è sentimentalismo, non è il Mahler da cartolina: è un canto sospeso, continuamente minacciato dalla consapevolezza che potrebbe finire da un momento all’altro.

E proprio per questo il passaggio al Finale assume un peso quasi insostenibile. Perché il quarto movimento della Sesta è uno di quei luoghi in cui Mahler sembra essersi prefisso di verificare quanti minuti di angoscia possa sopportare un essere umano prima di cominciare a chiedere pietà. Gatti non ha fretta di arrivarci. Il Finale non viene trattato come una corsa verso i celebri colpi di martello, ma come un gigantesco processo di disgregazione. Le frasi si cercano, si interrompono, ripartono; gli episodi pastorali sembrano provenire da un altro universo; i richiami delle campane da bestiame aprono per qualche istante uno spazio di lontananza quasi metafisica. Poi il buio.

La Staatskapelle domina la sterminata architettura del movimento con una sicurezza impressionante. La lettura di Gatti acquista il suo significato più forte: la tragedia non viene urlata, viene costruita.

Il suo pregio maggiore è proprio quello di non confondere la potenza con il volume. La Staatskapelle Dresden può produrre un muro di suono capace di spostare l’aria del teatro, ma sa anche ridurlo a una linea, a un respiro, a un’ombra.

E in questo senso la serata ha avuto anche il valore di una dichiarazione: Daniele Gatti e la Staatskapelle Dresden hanno ormai raggiunto un livello di affiatamento che va oltre la semplice collaborazione fra direttore e orchestra.

La Sesta è rimasta, alla fine, quella che deve essere: una macchina tragica senza uscita. Ma ieri sera aveva anche qualcosa di felicemente paradossale. La musica parlava di disfacimento, mentre sul palcoscenico tutto funzionava con una precisione quasi miracolosa. Il numeroso pubblico, che aveva esaurito il Teatro Filarmonico, lo ha capito benissimo e al termine ha tributato a Daniele Gatti e alla Sächsische Staatskapelle Dresden interminabili applausi.

 

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