LA MEMORIA DEI SUONI E LA SFIDA CLIMATICA.
Che cosa può avere a che fare la musica con la crisi climatica? L’assunto di partenza è relativamente semplice: la crisi ecologica non sarebbe soltanto una crisi ambientale, economica o politica, ma anche una crisi della nostra capacità di ascoltare. L’uomo contemporaneo, soprattutto quello che vive negli ambienti urbani, sarebbe immerso in una continua sovrapposizione di rumori che ha progressivamente impoverito il rapporto con il paesaggio sonoro. Eppure molti compositori hanno inserito i suoni della natura e dell’ambiente nelle loro composizioni: Vivaldi, Beethoven, Mendelsshon, Satie, Cage, per citarne alcuni, ma anche il teorico di Murray Schafer elaborò negli anni Settanta fondamentali riflessioni sul paesaggio sonoro. Non ascoltiamo più il mondo: lo attraversiamo immersi in una sorta di rumore di fondo permanente.
Da qui nasce l’idea che recuperare l’ascolto possa significare anche recuperare una relazione più consapevole con l’ambiente, in virtù del concetto di memoryscape, affiancata a quello di soundscape ovvero il paesaggio sonoro nel quale siamo immersi, di cui il memoryscape rappresenta la dimensione memoriale e affettiva: l’insieme dei suoni che hanno contribuito a costruire la nostra esperienza individuale e collettiva dei luoghi. Il suono di una campana, quello del mare, il canto degli uccelli, il rumore di una piazza o una canzone possono diventare depositi di memoria. Quando quei suoni scompaiono, non perdiamo dunque soltanto una componente acustica del paesaggio, ma perdiamo anche una parte della memoria attraverso cui quel paesaggio continua a esistere dentro di noi.
La “salvezza” a cui la musica ci potrebbe portare, dunque, passa dalla capacità che essa ha di modificare la nostra percezione: farci sentire nuovamente ciò che abbiamo smesso di ascoltare, trasformare un dato ambientale astratto in un’esperienza emotiva, restituire alla natura una presenza concreta. La musica diventa quindi una possibile forma di educazione all’ascolto e, attraverso l’ascolto, di educazione ecologica. La musica, dunque, può essere considerata non più soltanto un repertorio di opere da analizzare, ma come una pratica dell’ascolto, attraverso il paesaggio sonoro, il field recording, la musica ambient e quelle esperienze artistiche che utilizzano direttamente i suoni dell’ambiente. Vi sono anche esempi di artisti contemporanei di repertorio non classico — fra cui Radiohead, Billie Eilish e The 1975 — che servono a mostrare come la musica possa uscire dalla dimensione puramente estetica per diventare un dispositivo culturale capace di intervenire sulla percezione del presente.
Queste sono le considerazioni da cui prende avvio E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica di Dario Giardi, pubblicato da Mimesis nel 2025, libro che nasce dall’incontro fra due esperienze che appartengono alla biografia dell’autore: da una parte la lunga attività nel campo della sostenibilità ambientale, dall’altra la pratica musicale e compositiva. Giardi prova così a mettere in comunicazione due mondi che normalmente procedono separati: quello dell’analisi ambientale e quello dell’esperienza sensibile della musica. Il problema, però, è proprio come Giardi costruisce il proprio discorso, perché E se fosse la musica a salvarci? è formalmente un saggio, ma non è un saggio tradizionale nel senso accademico del termine. È piuttosto un testo ibrido, a metà fra divulgazione, riflessione personale, intervento ecologico e saggio sulla musica. L’autore attraversa discipline diverse e procede spesso per associazioni: un’osservazione sul rumore urbano può condurre a una riflessione sulla memoria; questa alla storia del paesaggio sonoro; da qui si passa alla musica contemporanea, all’ecologia, alla psicologia dell’ascolto o alla necessità di ripensare gli spazi urbani. È un movimento che non sempre produce una vera progressione argomentativa. Non vi si sceglie di dimostrare una tesi attraverso una ricerca sistematica, ma si vuole soprattutto convincere il lettore, arrivandoci da un’altra prospettiva. Il suo è dunque un saggismo più personale che scientifico, nel quale l’esperienza dell’autore ha un peso notevole e questa scelta presenta un problema: le affermazioni vengono presentate al lettore come un dato acquisito, senza che sia possibile capire se si tratti di un risultato scientifico, di una teoria già elaborata da altri studiosi, di un’interpretazione dell’autore oppure di una sua intuizione, come quando afferma, per esempio, che determinati suoni producono specifici effetti sul benessere, che l’ambiente acustico influenza determinati comportamenti, che l’ascolto può favorire una determinata sensibilità ecologica o che alcune trasformazioni del paesaggio sonoro hanno avuto precise conseguenze sulla nostra esperienza del mondo. Non siamo davanti a una ricerca musicologica in senso stretto, né a un lavoro scientifico sulla relazione fra suono e cambiamento climatico, quindi, ma a un libro che utilizza la forma del saggio per avanzare una proposta culturale: recuperare l’ascolto come pratica di attenzione al mondo.
La sua forza sta quindi meno nella dimostrazione rigorosa delle singole tesi che nella capacità di mettere in relazione questioni che normalmente vengono affrontate separatamente. Ed è proprio la musica a rendere questa proposta interessante perché consente l’ascolto, quindi educa alla distinzione, alla relazione fra suoni, al silenzio, alla durata, all’attenzione, esattamente come il problema ecologico, che diventa anche un problema percettivo: per prenderci cura di qualcosa dobbiamo prima essere capaci di percepirla, riconoscerla e attribuirle un valore.




