Al Festival barocco di Viterbo.
Viterbo – La storia della musica è fatta per lo più di una sequela di autori o di opere. Molto più raramente si pensa invece a quelle figure che quelle opere e quegli autori hanno reso celebri con la loro interpretazione. Insomma è ancora tutta da scrivere una storia del melodramma a partire dai cantanti e dalle loro peculiarità vocali, sulle quali i vari compositori potevano contare nella loro scrittura. Ben vengano dunque concerti come quello inaugurale del Festival barocco di Viterbo capitanato da Andrea de Carlo nella suggestiva penombra della affrescata Chiesa di S. Maria Nova che ha riportato sugli scudi la dimenticatissima figura della “cantattrice” Caterina Angela Botteghi, detta la Centoventi per i suoi cachet romani spropositati, interprete delle ultime opere genovesi di Stradella ( che le affibbiò il titolo lusinghiero di Dea delle scene) al glorioso Teatro Falcone di Genova come il noto Trespolo tutore (1679), La forza dell’amore paterno (1678), Le gare dell’amore eroico (1679) ma anche la romana Amore per vendetta di Bernardo Pasquini (1677). Un programma di grande interesse già presentato in giugno con successo al Festival Monteverdi di Cremona.
Con il suo rodato Ensemble Mare nostrum e soprattutto con la splendida voce del soprano Silvia Frigato, che si muove a tutto suo agio nel repertorio seicentesco, il carismatico De Carlo con un gesto sin troppo energico ha saputo pennelleggiare a dovere uno spicchio di storia musicale nostrana con pagine spesso di sorprendente bellezza e di grande varietà espressiva. Se da una parte il suo composito ensemble si faceva apprezzare nelle pagine puramente strumentali (le Sinfonie dei vari atti del Trespolo tutore ma anche la meravigliosa sinfonia del Biante, dolente e languorosa) era poi soprattutto per la intensità espressiva vocale che il concerto vedeva i suoi momenti più intensi nella galleria delle arie.
Quelle spalmate su diversi registri del ruolo di Artemisia nel Trespolo tutore (Cieli dunque che farò) dal carattere supplichevole, patetico e lamentevole, così come quelle sfaccettate di Stratonica dalla Forza dell’amor paterno o la riflessiva e confortevole Sulla nave della vita, ma anche Fuggi, fuggi dal mio cuor, in cui la voce gareggia virtuosisticamente con gli strumenti senza mai rinunciare alla intellegibilità del testo e alla sua sostanza concettuale. Più virtuosistica e di effetto la travolgente Di costanza armati, o cor di Pasquini a siglare l’inizio della fortuna romana della cantante, aria che contrasta con la struggente e conclusiva Misera che farò che conferma le doti di grande melodista di Stradella. Rimarchevoli i due bis tra cui Non credete alla speranza di Lonati, amico di Stradella, e una soave ninna nanna stradelliana. Calorosi e unanimi i consenti finali del numeroso pubblico accorso.
Compiuto il felice ritratto di una grande cantante e attrice del Seicento con momenti persino di intensa commozione, il Festival proseguirà sino al 27 settembre con altre interessanti proposte come la Circe di Stradella (11-13 settembre) affidata allo stesso Ensemble Mare Nostrum, che di certo ci restituirà anche in futuro altri dimenticati capolavori di quella inesauribile miniera che è il melodioso Seicento italiano.




