Il Bologna Festival ha inaugurato la sua edizione n.49 con un concerto davvero eccezionale: all’Auditorium Manzoni, grazie a generosi sponsor, ha fatto tappa la tournée europea di Sir Simon Rattle con la Chamber Orchestra of Europe, che ha già riscosso grande successo a Berlino, Essen, Amburgo, Francoforte. Il concerto, già ben rodato, impaginato intrecciando diversi mondi sonori, tra Brahms, Bartók e Busoni, dimostrava il perfetto affiatamento della compagine orchestrale, che trasmetteva energia vitale, faceva trasparire la gioia del suonare insieme, pareva tutt’uno con il suo direttore, sul podio senza leggio e senza partiture. La qualità delle parti solistiche e la bellezza del suono avvolgente degli archi, emergeva già nel primo brano in programma, la Musica per archi, percussioni e celesta di Bartók, partitura che Rattle conosce a menadito, avendola diretta numerose volte (e incisa) con la London Symphony Orchestra e la Filarmonica di Berlino.
La sua era una lettura meticolosa nei dettagli ma insieme di grande respiro, capace di descrivere un ampio arco narrativo, cogliendo i momenti esitanti e interrogativi, i tratti più nervosi, l’emergere magico e luminoso della celesta, il fitto dialogo tra archi e percussioni, le trame contrappuntistiche rese come un flusso ondeggiante, la sottile malinconia che pervade l’austero Adagio, l’incalzare ritmico dei movimenti veloci, che esplode nel finale con uno slancio liberatorio. La seconda parte del concerto si è aperta con la Sarabande di Busoni (originariamente concepita come studio per l’opera Doktor Faust): nella scrittura densa di questa pagina, dall’atmosfera cupa e sinistra, Rattle sembrava sottolineare alcune venature tematiche brahmsiane che gli permettevano di collegarla, senza soluzione di continuità, alla Quarta di Brahms, come una sorta di misteriosa introduzione, dall’effetto spiazzante. Il direttore britannico ha offerto di questa sinfonia una lettura molto rigorosa, nella definizione timbrica, nello stacco dei tempi, nel dipanare i temi e i loro sviluppi, sottolineandone più la dimensione assorta e malinconica che il tono tragico, esaltando la morbidezza della texture orchestrale nei primi due movimenti, cercando poi il risalto ritmico nell’Allegro giocoso e la varietà di umori (e di invenzioni) nella passacaglia finale. A bilanciare il lato “dark” di questa seconda parte del concerto, Rattle ha offerto come bis (consueto), la festosa Danza slava n. 3 di Dvorák.
Foto di Dino Russo




