Le celebrazioni beethoveniane a Firenze

16/06/2026 | Tra le note

di Salvatore Dell’Atti

La Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven con l’Orchestra e il Coro del Maggio Musicale Fiorentino diretti da Zubin Mehta in occasione del suo 90esimo compleanno unitamente all’intero ciclo delle sinfonie interpretate con i medesimi complessi da Daniele Gatti (18 giugno -1 luglio), era già un adeguato anticipo delle celebrazioni dei 200 anni dalla scomparsa del musicista (Bonn 1770 - Vienna 1827)? Ma a Firenze, città dov’è nata la prima Società del Quartetto (1862), grazie ad Abramo Basevi, già organizzatore delle “Mattinate beethoveniane” (1859), è in corso anche l’iniziativa BEETHOVEN 199, ovvero l’esecuzione integrale dei Quartetti, in collaborazione tra la Fondazione Teatro del Maggio e gli Amici della Musica, per MAGGIO APERTO 2026 (in Sala Coro del Teatro del Maggio).
Ben sei formazioni dal significativo curriculum (Quatuor Van Kuijk, Fibonacci String Quartet, Quartetto Adorno, Aviv Quartet, Quartet Integra, Quartetto Noûs) si avvicendano per far percepire Beethoven come il compositore che elabora un pensiero in continua e progressiva trasformazione, ben consapevoli che, pur guardando all’esecuzione privata (Hausmusik), diffusa all’epoca, già Schumann (1840) aveva sentenziato che: «quelli di Beethoven [i Quartetti] esigono già suonatori esperti». Wilhelm Furtwängler affermava che nelle opere del suo connazionale è rintracciabile “il divenire”, pertanto non è casuale se la figura di Beethoven e i suoi quartetti continuano a destare vivo interesse. Solo per ricordare qualche esempio bibliografico: Carl Dahlhaus, Die Idee der absolute Musik, Joseph de Marliave, Les Quatuors de Beethoven (prefazione di Gabriel Fauré), Joseph Kerman, The Beethoven Quartets, Quirino Principe, I quartetti per archi di Beethoven, ecc. Inoltre molti musicisti hanno esaminato questa produzione, come Wagner per l’op. 131 o, riguardo alla monumentale Grande fuga op.133, ecco il giudizio di Stravinsky: «Musica contemporanea che rimarrà contemporanea per sempre».
Il corpus quartettistico (sedici, più la Grande fuga [Große Fuge], in origine finale dell’op. 130) oltre a rappresentare un microcosmo in cui nasce un’inedita koinè compositiva, si sviluppa con il seguente itinerario: dall’op. 18 (1798-1800) passando al periodo di mezzo costituito dall’op. 59, (1805-1806), l’op. 74 (1809) e l’op. 95 (1810) per approdare agli ultimi quartetti op. 127, 130 -133 e 135 (1822-1826). Per seguire l’iter creativo si ricorda la comunicazione del compositore (1 luglio 1801) all’amico violinista Karl Amenda: «Soltanto ora ho imparato come si scrivono i quartetti» che, in qualche modo, sembra presagire un’evoluzione in nuce. Quanto emerge è un autentico coacervo di nuova vita e di intelligenza musicale evidenziato da grande talento, cultura, (era un lettore che si nutriva del pensiero di Kant, Goethe e Schiller), e forza d’animo che non cede di fronte alle difficoltà, sempre sostenuta da un coraggio quasi eroico.
Un meritato plauso alle iniziative fiorentine, invitando altresì ad avvicinarsi a questi lavori attraverso un approccio più esegetico in cui - per la ricchezza di idee, ispirazioni poetiche e quant’altro - emergono spunti illuminanti. Basterebbe leggere le numerose e diverse indicazioni nelle partiture come, per esempio, ne La Malinconia. Adagio, del quartetto op. 18 n. 6: Questo pezzo si deve trattare colla più grande delicatezza o nell’op. 59 n. 2: Molto Adagio. Si tratta questo pezzo con molto sentimento, per rendersi conto quanto questa musica continui ad interrogare l’interprete e l’ascoltatore, fornendo nuove prospettive.

Foto di Eugenia Bolonina

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