Non capita tutti i giorni di poter ascoltare un’orchestra barocca all’interno di un tempio della lirica come il Teatro dell’Opera di Roma, così come non capita tutti i giorni di ascoltare un’orchestra composta quasi interamente da giovani. Da quando però si è costituita l’Orchestra Barocca dei Conservatori italiani e da quando questa gode della collaborazione di prestigiose istituzioni del panorama artistico nazionale, questi miracoli diventano possibili. Non c’è da stupirsi se in questa orchestra, accanto a tanti allievi di nazionalità italiana ne vediamo molti di origine straniera: innanzitutto perché le eccellenti maestranze presenti in molti conservatori del Bel Paese attirano molti studenti da ogni parte del mondo, poi perché la musica italiana, così come la lingua, ha sempre avuto nel periodo barocco una aspirazione cosmopolita, una sorta di koinè fra le corti europee. Ma la musica italiana non era la protagonista della serata al Teatro dell’Opera di Roma, che si è trasformata nella corte del Re di Francia, in un gustoso concerto diretto da Emanuel Resche Caserta, violinista non a caso franco-italiano, che unisce alle sue due anime la conoscenza dei relativi stili musicali, distinguendosi in un programma atto a far gustare il sapore della crêpe suzette a palati abituati alla matriciana e alla carbonara. Il maestro, in maniera filologica, ha alternato alla direzione il ruolo di primo violino. Alla compagine orchestrale e al direttore si è unita la particolare voce del soprano Marie Perbost che ha inframmezzato con preziose pagine vocali, tutte di Rameau, i capolavori strumentali eseguiti. Questi, che hanno visto sulle partiture i nomi di Charpentier, Lully e Marin Marais, oltre al già citato Rameau, hanno visto un’alternanza di brani conosciuti, come la celebre introduzione al Te Deum di Charpentier o la suite Le Bourgeois gentilhomme di Lully e perle meno conosciute, come la pregevolissima suite dalla tragédie lirique Alcyone di Marais.
L’esecuzione dell’orchestra è stata pulita e calligrafica, fatta eccezione per rari passaggi in cui l’intonazione dei fiati non era adeguata alla limpidezza e alla precisione di quella degli archi. Nonostante l’estrema piacevolezza dell’ interpretazione si è sentita un po’ la mancanza di quella vêrve e di quello charme che dovrebbero essere la spezia più preziosa di questo repertorio. Spesso un po’ monotona era anche l’articolazione e l’inégalité, che dovrebbe essere la spina dorsale della musica d’oltralpe. Spettacolari effetti scenici ci sono stati offerti dalla Perbost e dalla sua assai particolare vocalità, invero molto teatrale e sempre alla ricerca dell’effetto e dell’affetto giusto. Nonostante sia madrelingua, non sempre però è riuscita a valorizzare le peculiarità della lingua del Re Sole, pur apprezzando assai la sua ottima presenza vocale e la precisione dell’intonazione. Particolare attenzione è stata data alla scelta delle percussioni, che hanno saputo ben delineare il carattere danzante alla base di questa musica. Non uguale attenzione filologica è stata data invece alla scelta dei violoncelli, dato che la petite basse des italiens, non era prevista nelle orchestre di oltralpe prima di Rameau, dove erano ancora i grossi basses de violon a sostenere la linea melodica del continuo, o al massimo alla viola da gamba nell’ accompagnamento dei soli. Facciamo i migliori auguri all’orchestra e alla auspicata collaborazione tra queste realtà e le nostre istituzioni musicali, per una sempre più ampia diffusione delle gemme della musica barocca italiana ed europea




