Wim Vandekeybus: con orgoglio e sprezzo del pericolo. Fino a un certo punto

14/10/2026 | L’angolo della danza

di Donatella Bertozzi

Folgorante, in parte fuorviante, la ripresa di What the Body Does Not Remember di Wim Vandekeybus, nuova versione del primo fortunatissimo lavoro dell’artista belga, creato nell’ 87 e ora riproposto con una ventina di minuti di nuovi materiali e nuove musiche, al Teatro Argentina per il Romaeuropa Festival.

Fin da subito si è catapultati nella più carica ed energetica atmosfera dei tardi anni Ottanta, travolti dalla caleidoscopica ricchezza di riferimenti al panorama della danza internazionale di quel periodo e colpiti dalla nitida chiarezza con la quale, a suo tempo, Vandekeybus aveva saputo tracciarsi una strada personalissima e innovativa in quell’insieme di influenze disparatissime che aveva trovato al suo arrivo sulla scena della danza.

Artista poliedrico – danzatore, coreografo, videomaker, fotografo – Vandekeybus agli inizi le aveva raccolte tutte, senza scartarne praticamente nessuna, ma aveva saputo oltrepassarle aggiungendovi una sua perforante nuova prospettiva. Con questo primo lavoro – un concentrato, in termini di movimento, di consapevoli e sfrontate sfide del rischio miste a un ostentato (e peraltro assai ben governato) sprezzo del pericolo, l’artista belga ottenne a New York l’anno successivo al suo debutto, quand’era ancora appena all’inizio della sua fortunata carriera, un “Bessie Award”, il premio allora più ambito per la danza contemporanea. Basta un’occhiata ai premiati dell’anno precedente – il 1987 anno della creazione e della fondazione a Madrid della sua compagnia “Ultima Vez” – per capire che aria si respirava: fra i premiati c’era Steve Paxton, per The Goldberg Variations e Jawole Willa Jo Zollar, visionaria fondatrice del gruppo afroamericano Urban Bush Women, per Bitter Tongue. C’era Anne Teresa De Keersmaeker, celebrata capofila della nuova danza fiamminga, insieme a Dana Reitz, Meg Eginton, Lisa Nelson, Bebe Miller; ai fondatori di “Body Map”, la coppia di stilisti britannici autori dei provocatori costumi per No Fire Escape in Hell di Michael Clark.

Siamo all’incrocio fra post-post-modern dance e post neoespressionismo europeo, diramazioni post-punk del balletto e nuove suggestioni provenienti dalla potente tradizione della danza afroamericana, in chiave neofemminista: sottigliezze e distinzioni quasi gergali, necessarie però, all’epoca, per tentare di orientarsi fra i mille rivoli nei quali si moltiplicava e scorreva la danza contemporanea, in un reticolo di diramazioni spesso confluenti con il teatro di ricerca, tutte dotate di straripante energia creativa. Fra questi un manipolo di giovani artisti fiamminghi carichi non solo di energia ma di idee: la De Keersmaeker, Alain Platel, Jan Fabre – con il quale Vandekeybus fece il suo apprendistato, nel cast nel suo monumentale successo Il potere della follia teatrale.

Come la De Keersmaeker – più influenzata dal minimalismo, anche musicale, del postmodernismo – anche Vandekeybus non annulla i contenuti narrativi del movimento, piuttosto li frantuma, rifugge dall’astrazione tipica del post modern adottandone però diverse modalità, in primis la corsa ripetuta, quasi sempre circolare. Ma con la sua costante sfida al pericolo – danzatori che trasportano e poi si lanciano l’un l’altro, correndo, grossi blocchi di gesso, che saltano freneticamente per scavalcarsi sfidando ripetutamente il rischio di calpestarsi – creava e crea tuttora un circuito di elettricità emotiva che contagia il pubblico trascinandolo per buona parte dello spettacolo.

I giovani della nuova compagnia se la cavano molto bene, almeno in principio e il miglior spirito Vandekeybus riappare, un’ immagine dopo l’altra… Sono immagini che potrebbero definirsi “Anni Ottanta in purezza”: le sedie, gli asciugamani, le lunghe file in cammino da un angolo all’altro del palcoscenico, le ragazze con giacche maschili sugli abiti da sera… piccoli gruppi in posa come in un’istantanea di famiglia…

Ma quando la tensione si allenta e la parabola dovrebbe naturalmente esaurirsi qualcosa si inceppa. Sono probabilmente quei venti minuti in più a distruggere la tensione di quello che era in origine un arco creativo perfetto. Quando i ragazzi tentano di riprendere il ritmo, il ritmo è ormai lontano e non si riacciuffa più. L’ultima parte dello spettacolo è inutilmente ripetitiva e non più – nonostante ogni sforzo – rischiosa: solo interminabilmente noiosa.

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