LA CRITICA DELLO SPETTATORE.
È un gran piacere rivedere un balletto, Romeo e Giulietta, che nella storia dell’arte, e della danza in particolare, da tempo immemore attrae l’attenzione di artisti in ogni campo. Sarà perché le vicende di amore e morte son quelle che più segnano l’animo umano, sarà perché trattasi di una storia che trae le sue radici da remoti miti classici, sarà perché attraverso il movimento è più immediata l’espressione della passione e del dramma, sta di fatto che non si contano i coreografi che nel corso del tempo, a partire dagli albori del Romanticismo, hanno portato in scena la tragedia degli sfortunati amanti. Perlopiù alla base del libretto è stata presa l’opera di Shakespeare, l’enigmatico scrittore che meglio di qualsiasi altro ha saputo conferire dignità letteraria all’antico racconto, mentre per il supporto musicale si è ricorsi alle composizioni le più varie di autori più o meno grandi. È solo tuttavia col comparire della partitura di Serguey Prokofiev (Brno, Moravia, 1938, presentata con un perduto allestimento del ceco Vania Psota) che questo lavoro si è affermato presso il pubblico di tutto il mondo sia pure con svariate vesti coreografiche. Il Teatro Marijnsky di San Pietroburgo/Leningrado, che pure quella partitura aveva commissionato al musicista russo, a causa delle beghe politiche dell’allora Unione Sovietica, poté allestire il balletto solo nel 1940 con una coreografia, rispettosa delle direttive del Cremlino, di Leonida Lavroskji che tuttavia ebbe il merito se non altro di rivelare le grandi doti artistiche di Galina Ulanova, per lunghi anni in seguito stella assoluta della danza russa.
Neanche della prima versione allestita da una compagnia italiana (coreografia di Alfred Rodrigues per il Balletto del teatro alla Scala, Verona 1955) purtroppo esiste più alcuna traccia. Dopo tante proposte nel 1958, alla Biennale di Venezia, vide infine la luce una versione di ampio respiro, destinata a restare nel tempo, creata sempre per il balletto scaligero e modellata sulle qualità di una protagonista quale Carla Fracci che in pratica marcò il suo trionfale debutto con questa interpretazione. Artefice ne fu il sudafricano di scuola britannica John Cranko, geniale coreografo che possedeva la rara qualità di narratore sapendo piegare la più rigorosa tecnica della danza accademica alla sensibilità contemporanea e rendere il movimento mai fine a se stesso, bensì espressione di un moto dell’animo. Creazione questa fra le più centrate (con qualche aggiustamento operato successivamente da Cranko stesso con il Balletto dell’Opera di Stoccarda di cui era all’epoca direttore) tale da restare una delle più viste ed apprezzate, di qua e di là dell’Oceano; entrata nel repertorio del Balletto dell’Opera di Roma nel 1995, ripresa più volte e lodevolmente riproposta adesso per volontà della direttrice Abbagnato, per la stagione estiva del Teatro dell’Opera, con la supervisione di Yseult Lendvai che ne fu allora fedele protagonista sulle tavole del Costanzi in alternanza alla Fracci stessa.
Sull’amplissimo palcoscenico montato ex-novo nell’area del Circo Massimo (un faraonico teatro all’aperto capace di quasi seimila posti, tutto gremito all’inverosimile) il corpo di ballo capitolino ha dato ottimo sfoggio di sé per solidità, compattezza e precisione in un allestimento fastoso che dell’originale, disegnato dallo scenografo-costumista Jürgen Rose, riprendeva le linee generali adattandole ai nuovi spazi. Particolarmente centrata la prestazione di Gabriele Consoli quale Mercuzio, di Alessandra Amato una Madama Capuleti aristocratica ed autoritaria, nonché Claudio Cocino un Tebaldo fiero, freddo e crudele. Menzione a parte per i due protagonisti: Susanna Salvi e Michele Satriano. La prima, una delle “étoiles” della Compagnia, è una ballerina di grande talento, forte di tecnica e temperamento brillante, con grande esperienza alle spalle ma che debuttava nel ruolo di Giulietta; un ruolo che forse non le calza a pennello o che deve approfondire e maturare. Pur essendo impeccabile nell’esecuzione del disegno coreografico la sua interpretazione è apparsa un po’ di maniera, esteriore, poco sfumata e vissuta, finezze comunque che si correggeranno col tempo. Diverso discorso per Satriano, primo ballerino con una bella presenza scenica; la sua interpretazione che va dallo spavaldo al drammatico ha meglio centrato la figura di Romeo. Purtroppo la sua esecuzione sul piano formale non è risultata sempre pulitissima, considerando le grandi difficoltà tecniche ed i difficili virtuosismi di cui il testo è costellato. Comunque applausi scroscianti alla fine e trionfo decretato da un pubblico da stadio per tutti i danzatori e per i professori dell’orchestra diretta dal maestro Ido Arad.




