Al Teatro romano di Ostia antica – À REBOURS CON I REQUIEM(S) DI PRELJOCAJ

14/07/2026 | L’angolo della danza

di Donatella Bertozzi

Cartellone sensibile alle suggestioni della danza contemporanea, anche quest’anno, al Teatro Romano di Ostia Antica, per la seconda edizione del festival “Il senso del passato” proposto dal Teatro di Roma. Dopo le difficoltà tecniche che l’anno scorso avevano consigliato lo spostamento della prima mondiale dell’Antigone del norvegese Alan Lucien Øyen per il Tanztheater Wuppertal al Teatro Argentina, quest’anno una nuova compagnia di rilievo internazionale, il francese “Ballet Preljocaj” – protagonista di Requiem(s) del fondatore e direttore della compagnia Angelin Preljocaj – ha riportato la danza e il pubblico della danza sulle antiche pietre, appena dopo il calar del sole.

Scenario di particolare bellezza, come è stato universalmente sottolineato, ma di non sempre facile modulazione, dal punto di vista artistico. Innanzitutto per la rapida mutevolezza della cornice, che trascorre rapida dal chiarore ancora luminoso del tramonto fino al buio della notte.

Da questo punto di vista si son viste soluzioni davvero eccellenti, in passato, in questo stesso “piccolo” teatro romano (meno di tremila spettatori in epoca augustea: un pizzico al confronto dei 20.000 del coevo Teatro di Pompeo). In questo caso si è scelto di fare “come se” ci si trovasse in un teatro al chiuso. Scelta poco sintonica con il luogo ma certo legittima, per rendere fruibili in estate titoli del repertorio antico, moderno e contemporaneo e per valorizzare la magnifica struttura, opera di quel Marco Vipsanio Agrippa, genero di Augusto, che fu il geniale costruttore del Pantheon.

Scelta curiosa, anche, considerando che l’ allestimento viene presentato come “site specific” e che a circa metà della rappresentazione Preljocaj sottolinea, con l’aiuto di testi, come l’arte agisca da elemento liberatore per la vita, altrimenti prigioniera, dell’uomo. E però, in questo luogo, in cui opera umana e natura si sono, per il trascorrere del tempo, già crucialmente riavvicinate, egli sceglie di imprigionare i suoi dolentissimi, per lo più oscuri, Requiem in una serrata quadratura di neri (l’insieme di quinte e fondali) appesantiti da proiezioni quasi sempre in bianco e nero, alleggerendo solo raramente il quadro con più o meno ampie pennellate di colore.

Requiem(s) è una creazione del 2024 per diciannove danzatori, ispirata all’autore dalla perdita di entrambi i genitori e di alcuni amici cari nel corso dell’anno 2023. Nasce dunque come dolorosa riflessione sulla perdita stessa, sulla memoria e sul rapporto fra la vita e la morte.

Nelle note che introducono il lavoro il coreografo cita Émile Durkheim, padre nobile della sociologia e storico delle religioni, Roland Barthes e Gilles Deleuze, monumentali icone del pensiero francese post-strutturalista e postmoderno. E ancora Nietzsche, sul versante della gioia (tragica, nel caso di Nietzsche) e il pastore protestante e liutista Louis Pernot, il filosofo Clément Rosset, studioso di Schopenhauer e teorico, ispirato a sua volta da Nietzsche e Deleuze. Una congerie di riferimenti, fra loro organicamente connessi, cui è accostato un complesso tessuto musicale che pure attinge, nell’arco di appena un’ora e mezzo, a molteplici geografie: non solo i Requiem di Mozart, Fauré e Ligeti ma l’alternative metal del gruppo statunitense System of Dawn (composto unicamente da discendenti di sopravvissuti all’olocausto armeno), la musica “spettrale” di Georg Friedrich Haas, i bellissimi, stravinskyani “pizzicati” della violoncellista islandese Hildur Guðnaddótir. E ancora Bach, anonimi canti medioevali, l’eclettico ed eroico caposcuola del Novecento francese Olivier Messiaen, l’altro giovane e promettente islandese Jóhann Jóhannsson, scomparso prematuramente nel 2018. Infine il contributo del collettivo francese di sound design 79D, abituale collaboratore di Preljocaj.

Sono dunque innumerevoli gli spunti intellettuali e musicali che hanno costituito in partenza una fitta rete di “punti di rèpere” per l’autore. Pure, tutta questa ricchezza e complessità non riesce effettivamente a filtrare né ad affiorare efficacemente nel linguaggio specifico della danza. Che trattato, ostinatamente, quasi inspiegabilmente, in modo neutro e privo di qualsiasi afflato compositivo – con l’eccezione di un bel “duetto in rosso” a pochi minuti dalla fine – appare, quadro dopo quadro, come una ininterrotta concatenazione di elementi coreici giustapposti gli uni agli altri, quasi una serie di esercizi di cui ciascun interprete è, immancabilmente, l’isolato esecutore. Sia che sia inscritto in uno dei ricorrenti “duetti” – coppie di interpreti che eseguono all’unisono la stessa sequenza di movimenti – nell’unico “quartetto” – due “duetti” fra loro ravvicinati – o in scene che coinvolgono gruppi più numerosi di interpreti o l’intero ensemble. Un ensemble di eccellente qualità, è doveroso sottolineare. Ma privo di personalità trainanti.

Anche l’assenza di qualsivoglia vero contatto fra gli interpreti – che in principio pare alludere all’invincibile isolamento nel quale nostro malgrado ogni perdita può farci precipitare – o quei brevissimi contatti (quando qualcuno trascina un altro o rovescia un piede o un braccio di qualcuno steso a terra) sempre bruschi, quasi brutali, come se gli uni fossero costretti semplicemente a inciampare, sconsideratamente, nella sostanza umana degli altri – se dapprima paiono segnalare un’effettiva perdita, di contatto e di umanità, rapidamente smarriscono ogni valore metaforico, per tornare semplice e reiterata, sempre troppo reiterata, moltiplicazione di gesti e/o passi.

Un linguaggio tratto, immancabilmente e senza quasi variazioni di sorta, dal patrimonio, ormai cristallizzato, della nouvelle danse francese degli anni Ottanta, di cui certo Preljocaj è stato esponente di spicco, fin dai tempi del folgorante A nos héros (1986) ma che nell’arco dei successivi quarant’anni ha inesorabilmente e necessariamente attraversato una significativa evoluzione.

Evoluzione che pare, qui, ostinatamente negata. Ciò che rappresenta di certo una significativa perdita.

 

 

 

 

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