Gasparo Angiolini, non solo un coreografo. ma un cittadino consapevole del suo tempo.

06/07/2026 | L’angolo della danza

di Donatella Righini

Quando l’arte si fa politica

Quando si parla del fiorentino Gasparo Angiolini (1731-1803) si associa subito il suo nome alla danza del Settecento, al fatto che è stato uno dei grandi riformatori del balletto europeo del Settecento, protagonista della nascita del ballet d’action, collaboratore di Christoph Willibald Gluck nel Don Juan (1761) come in Orfeo e Euridice (1762), animatore dei teatri imperiali di Vienna, San Pietroburgo e Milano, teorico della danza e protagonista di una celebre polemica (1773-75) con Jean-Georges Noverre. Insomma, il suo nome compare in tutti i principali studi sulla storia del balletto e del teatro musicale. Ma esiste anche un lato di Angiolini che è rimasto per oltre due secoli quasi nell’ombra: quello politico, o meglio dell’uomo che, ormai quasi settantenne, aderì con convinzione agli ideali della Rivoluzione francese e della Repubblica Cisalpina, pagando personalmente il prezzo delle proprie idee con l’arresto, il carcere e la deportazione. Il suo convinto pensiero democratico, in realtà, Angiolini lo aveva espresso introducendo temi politici innovativi nei suoi balletti, nei quali esaltò i valori della libertà e dell’uguaglianza e arrivò persino a innalzare un albero della libertà davanti alla propria villa di Cormano, gesto altamente simbolico in quegli anni. Dopo il ritorno degli austriaci in Lombardia nel 1799, quando Napoleone era impegnato nella campagna d’Egitto, fu processato per reato di opinione, rinchiuso nel carcere di Sant’Antonio abate a Milano, poi di Porta nuova e successivamente deportato per via mare da Venezia alle Bocche di Cattaro, dove rimase fino alla pace di Lunéville. Tutto il corso del processo è straordinariamente documentato dalle 400 carte conservate all’Archivio di Stato di Milano.
A rendere giustizia di questo aspetto importantissimo di Angiolini ci ha pensato Lorenzo Tozzi (ben noto musicologo e critico musicale interessato alla danza) con la sua recente pubblicazione di Memorie di prigionia di un coreografo democratico (1799-1801), – uscito per i tipi di Zecchini Editore – nella quale, per la prima volta, vengono pubblicati integralmente gli scritti nei quali Angiolini non solo racconta in prima persona la propria prigionia ma riflette anche sul significato della libertà, della democrazia e della giustizia. Non si tratta quindi semplicemente di memorie autobiografiche, ma di un vero documento politico, nel quale emerge un pensiero lucido, coerente e sorprendentemente moderno. Le riflessioni di Angiolini, sia contro la restaurazione austriaca sia contro le contraddizioni della stessa Francia rivoluzionaria, accusata di avere in parte tradito gli ideali originari e razziato molte opere d’arte, rivelano il ragionamento di un intellettuale libero, non di un propagandista. Ebbene, proprio questa nuova prospettiva permette anche di rileggere i suoi cosiddetti “balletti democratici” (La Repubblicana, Silvio il vero patriota, Il sogno di un democratico), non più come una semplice curiosità nella carriera del grande coreografo, ma come il naturale sviluppo di una precisa visione del mondo, nella quale arte e politica dialogano continuamente. Per Angiolini il teatro non era soltanto spettacolo: era anche educazione civile e strumento di formazione della coscienza pubblica. Il lavoro editoriale di Lorenzo Tozzi assume quindi un valore che va oltre il semplice recupero filologico di un manoscritto conservato alla Braidense, bensì restituisce alla cultura italiana un Angiolini completo: non soltanto il padre del balletto narrativo moderno, ma anche un cittadino che scelse di difendere le proprie idee fino alle estreme conseguenze. L’ampia introduzione e l’apparato critico permettono di collocare gli scritti nel loro contesto storico, politico e artistico, rendendo il volume accessibile anche a chi non conosce la figura di Angiolini. Il curatore ricostruisce con precisione il percorso del coreografo, ricordandone il ruolo decisivo nello sviluppo del ballet d’action e il suo contributo al rinnovamento del teatro musicale europeo. Più che un semplice diario di prigionia (che si inserisce nel genere che ha prodotto opere famose come Il Milione di Marco Polo, Le mie prigioni di Silvio Pellico, i Quaderni del carcere di Gramsci o le note poesie del Diario dal carcere di Ho Chi Minh), il libro diventa così una riflessione sul rapporto tra arte e potere, sulla responsabilità dell’intellettuale e sul prezzo che talvolta comporta la difesa delle proprie idee. La vicenda personale di Angiolini – al quale Tozzi ha proposto, all’assessore alla cultura Bettarini del Comune di Firenze, di intitolare una strada – assume un significato universale e invita il lettore a riflettere sull’importanza della libertà di pensiero e sulla fragilità delle conquiste democratiche. Il volume, quindi, non è destinato solo agli studiosi di storia della danza e del teatro, ma riesce a coinvolgere anche un pubblico più ampio interessato alla storia italiana tra Sette e Ottocento, alle vicende della Repubblica Cisalpina e alla nascita del pensiero democratico moderno.

 

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