Le nostre interviste
A colloquio con Rosalba Quindici
Rosalba Quindici è una compositrice e pianista italiana. Si è perfezionata con Azio Corghi, Stefano Gervasoni e Salvatore Sciarrino e in Svizzera (con Xavier Dayer), presso la Hochschule der Künste di Berna. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Fenomenologia della musica presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, che le ha permesso, con il tutorato di Giovanni Piana ed Eugenio Mazzarella, di approfondire le questioni legate alla percezione musicale. Commissionata in qualità di compositrice da istituzioni nazionali e internazionali, spazia dalla musica strumentale e vocale al teatro musicale. A partire dal 2016 ha avviato una personale linea di ricerca mirata a esplorare la dimensione sinestetica della percezione artistica, mettendo in dialogo le sintassi della musica con quelle delle arti visive e performative. Ideatrice della Rassegna annuale “Mtr/musica-teatro-ricerca” – dedicata alla promozione e alla diffusione dei linguaggi contemporanei -, ne è stata la direttrice artistica dal 2022 al 2025. Le sue opere sono state incise per l’etichetta Stradivarius. Attualmente è titolare della cattedra di Composizione presso il Conservatorio di Cesena e Rimini.
-Come è iniziato il tuo percorso di musica e composizione?
“È una bella domanda che mi permette di parlare di mio padre. Ho iniziato grazie a una sua intuizione, quando mi sentì cantare da bambina. Mio padre era un ottimo chitarrista autodidatta che nella vita ha fatto tutt’altro, perché i suoi genitori preferivano che si iscrivesse all’università. Quando scoprì che avevo una predisposizione comprò un pianoforte e così, a sette anni, ho iniziato a prendere lezioni.
Puntavo a diventare concertista, ma pur essendomi diplomata brillantemente, decisi di abbandonare il concertismo, perché non reggevo il rapporto con il pubblico. Mi ero iscritta a Filosofia, la mia seconda passione, e dopo la laurea cominciai a studiare composizione. Successivamente ho conseguito il master biennale presso la Hochschule der Künste di Berna. Tutto ciò mentre, per mantenermi, insegnavo filosofia, occupandomi anche di progetti speciali di italiano, giornalismo e musica.”
-Quali sono stati i tuoi punti di riferimento?
“Gli autori che ho amato in gioventù sono stati quelli che ho affrontato da pianista, Bach, Beethoven e Brahms. Poi ho scoperto la musica contemporanea. Tra i compositori che mi hanno segnata c’è sicuramente György Ligeti, ma anche gli spettralisti, in particolare Gérard Grisey.”
-E i maestri di composizione con cui ti sei formata?
“Ho studiato privatamente, cercando poi dei punti di riferimento. Ho trovato molto interessanti i corsi di perfezionamento con Azio Corghi e Stefano Gervasoni. Un riferimento importante a Berna è stato Xavier Dayer.”
-Come definiresti la tua scrittura?
“La mia scrittura è una sintesi di quello che sono: un’artista-ricercatrice che si interroga sui propri mezzi e svolge un lavoro di scavo più autentico e intimo possibile, sperando di presentare una sua personale prospettiva del mondo. Credo che scrivere significhi offrire un sentiero dove inviti l’ascoltatore a muoversi come in un giardino ideale. Anche per questo ho difficoltà nello scegliere i titoli per le mie opere: il titolo blinda la libertà che il fruitore ha di fare il viaggio che preferisce. Come ci insegna Berio, il pubblico ideale non esiste: ognuno ascolta attraverso la sintesi che è capace di fare. Il mondo dell’altro è sacro e mi piace pensare che sia un’energia pura che si incontra con la tua necessità.”
-Sei molto attenta al pubblico…
“Si ma sono io la prima destinataria dei miei pezzi. Per me è necessario avere la possibilità di ascoltarli; non potrei scrivere pensando che non vengano eseguiti. Subito dopo voglio comunicare con il pubblico e credo molto nel ruolo sociale del compositore. Per me scrivere è un atto politico: il compositore sta nella società e comunica un suo mondo, sperando che l’altro torni a casa cambiato. È un lavoro di grande serietà: quando si scrive, bisogna essere veri.”
-Qual è la situazione in Italia per quanto riguarda l’eseguibilità delle nuove composizioni?
“Il tipo di musica di cui parliamo implica un certo tipo di ascolto e di sistema: è musica d’arte. L’Italia è un paese ambiguo, perché da un lato ci sono realtà virtuose, festival e circuiti abbastanza liberi cui è possibile accedere grazie alla qualità del proprio lavoro. Dall’altro ci sono contesti più ingessati in cui è tutto più difficile. Il segreto sta nel trovare la propria dimensione e nel fare rete con le persone che credono nel tuo lavoro. La forza di ogni compositore sta nell’interprete che ci crede. Se hai la fortuna di trovarli, le esecuzioni non mancano.”
–Qual è il tuo rapporto con il teatro musicale?
“Mi piace un certo tipo di teatro musicale, come quello di Georges Aperghis, un teatro di grande intelligenza e raffinatezza. Nel mio lavoro ne porto avanti due aspetti. Il primo è quello di puntare sulla costruzione di opere di percezione complessa con il sonoro e il visivo: con l’aiuto della danza e della dimensione visuale è più facile presentare un lavoro in luoghi “non deputati”, come un museo, dove è complicato comunicare attraverso musica assoluta. Forte di questa dimensione sinestetica da anni porto avanti un tipo di scrittura mimetica parallela: penso le partiture in funzione del gesto coreografico e la coreografia in funzione della musica.
Credo nella dimensione sociale del mio lavoro, come nel caso dell’ultima opera, Intra-Voci (2025, ndr), eseguita in una periferia napoletana, difficilmente raggiungibile con spettacoli del genere. Il teatro musicale mi permette di veicolare messaggi su temi sociali e filosofici, a differenza della musica assoluta, in cui è il suono a fare da padrone e la libertà del fruitore è assoluta.”
-Ti sento serena nelle tue scelte…
“La mia serenità viene dal fatto di aver coronato un sogno. Ho trovato una mia modalità per costruire un rapporto personale con la musica e sono soddisfatta. Non mi piacciono molti aspetti del mondo musicale e me ne tengo lontana, ma riesco a fare musica alla mia maniera, sono presente in festival prestigiosi e mantengo una mia coerenza. Comporre è un lavoro che ha a che fare con la propria necessità. “
-Che cosa significa essere donna in composizione?
“Significa prendere atto che una donna che vuole comporre non può confrontarsi con una tradizione di compositrici, perché quella passata con la quale ci confrontiamo è una tradizione soprattutto al maschile. Tuttavia oggi le possibilità per la scrittura al femminile sono tante ed è un fatto positivo. Bisogna rimanere molto concentrati sulla qualità del lavoro.”
-Quali sono le più grandi sfide della composizione contemporanea?
“Tornare allo studio vero e a una ricerca autentica. Spero in un ritorno alla cura del dettaglio e della ricerca, cose per le quali ci vogliono anni di lavoro, e nell’inversione di una certa tendenza alla semplificazione: uno dei sentieri in cui mi sembra si sia avviata una nutrita porzione di compositori odierni.”
-Su che cosa stai lavorando adesso?
“Sono felice di lavorare a stretto contatto con il trombonista e compositore Raffaele Marsicano per due nuovi brani di cui uno con elettronica. Uno sarà presentato al prossimo Festival Nuova Consonanza, per il quale preparerò anche un altro pezzo per due fisarmoniche con Accordion Duo. A breve riprenderò anche la mia composizione Intra-Voci e inizierò un nuovo progetto a cui tengo molto.
Foto di Cristiana Conteduca e Ruggero Cerino




