Sulle Ali dell’Incoerenza. Burn – A dance project for the theatre

16/06/2026 | L’angolo della danza

di Donatella Bertozzi

Una nuova, interessate creazione, per soli otto interpreti – quattro dei quali anche autori – è andata in scena alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica: quarto titolo della stagione di balletto 2025-2026 dell’Opera di Roma, ideato dall’artista statunitense A. J. Weissbard – anche regista, scenografo e lighting designer dell’opera – che ha tratto ispirazione da un testo del drammaturgo Lanford Wilson, anch’egli statunitense, autore affermato e premio Pulitzer 1980.
La pièce originale di Wilson, Burn This, debuttò a Los Angeles nel gennaio del 1987 – anno che vide il culmine dell’esplosione dell’epidemia di AIDS negli Stati Uniti e subito dopo il crollo della borsa – e fu subito riproposta con successo off-Broadway dalla “Circle Repertory Company”, compagnia di cui lo stesso Wilson era co-fondatore. È stata, da allora, più e più volte ripresa.
La vicenda – tre uomini e una donna si ritrovano dopo il funerale dell’amico Robbie, danzatore gay annegato con il compagno Dom durante una gita in barca – è ambientata a New York, nella Lower Mahattan degli anni Ottanta, allora pulsante crocevia di contraddizioni urbane, fra golden boys della finanza, artisti rock e punk e zone malfamate infestate da tossici e piccola criminalità. Fra i protagonisti, nel cast originale, figurava John Malcovich, la cui voce registrata è stata conservata, come voce fuori campo, in questa nuova versione della vicenda, interamente riconcepita da Weissbard.
Sono estremamente scarse le notizie su A. J. Weissbard: se ne ignorano il nome proprio, il luogo e l’anno di nascita, le origini familiari, gli studi, ovvero tutta quella serie di coordinate che consentono generalmente di orientarsi al colto e all’inclita. Si sa che viene dagli Stati Uniti – dove ha manifestato una precoce inclinazione per le arti sceniche intorno agli 11 anni – che vive a Roma e possiede un impressionante curriculum come collaboratore di personalità di grandissimo rilievo della scena teatrale e musicale italiana e internazionale – da Bob Wilson a Peter Stein, da Luca Ronconi a Marina Abramovich – nonché di aziende e realtà industriali di grande prestigio, da Armani al Salone del Mobile di Milano. Passando per molti fra i teatri più prestigiosi del mondo, dalla Scala di Milano alla parigina Opéra Garnier, dal Bolscioi di Mosca alla Fenice di Venezia. Ma per appurare “quando” e “cosa” Weissbard abbia fatto, bisognerebbe avventurarsi in una minuziosa opera di scavo sui principali motori di ricerca. Meglio forse attenersi al principio che proprio questa volontà di non dire quasi nulla di sé sia già un’accurata radiografia di stile.
E difatti per questo lavoro, di cui appare, effettivamente, il deus ex machina, Weissbard sceglie, in buona misura, di non essere l’autore e chiama a collaborare, per quel che attiene l’azione, e in particolare l’azione coreografica, quattro diversi autori, ciascuno dei quali inventa e interpreta uno dei personaggi in scena – Anna, Burton, Larry e Pale – disegnando poi anche il proprio doppio (o così sembra) egregiamente interpretato da quattro ottimi elementi del corpo di ballo del teatro.
I quattro autori – Éve-Marie Dalcourt, Johan Bokaer, Damiano Ottavio Bigi e Brandon Lagaert – sono fisicamente assai diversi e provengono da background fra loro disparati: compongono così un tessuto di azioni, movimenti e invenzioni dinamiche altrettanto disparato e, a prima vista, tenacemente incoerente. Che però, immerso nell’atmosfera rarefatta e ricca di impercettibili sfumature, del disegno luce di Weissbard, trova una propria dimensione sospesa e marcatamente vitale: una forte coerenza ritmica, esito inaspettato delle molte e persistenti incoerenze formali.

una co-produzione Teatro dell’Opera di Roma – Fondazione Musica per Roma
con il supporto di Orsolina28 Art Foundation

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