A colloquio con Po Hang.
Nato nel 1996 a Guangzhou, in Cina, Po Hang (Arthur) Yuen esplora i simboli della cultura cinese trasformandoli in un linguaggio musicale contemporaneo. Tuttavia, non ama etichettarsi, credendo nel valore di una musica che va oltre qualsiasi appartenenza. Ha studiato al Royal Northern College of Music, al King’s College London e all’Università di Hong Kong; attualmente sta completando un dottorato in composizione (D.Mus.) presso la Guildhall School of Music & Drama. Nonostante la giovane età, non passa inosservato al mondo musicale europeo. Eseguito in Italia da diversi ensemble specializzati in musica contemporanea, tra cui ACHЯOME, In.Nova Fert, Stauffer String Ensemble, Divertimento e AltreVoci, si sta preparando per il suo debutto durante il festival internazionale Autunno di Varsavia.
Quando ha preso la decisione di trasferirti dalla Cina in Gran Bretagna?
“Nel 2019, quando mi sono laureato all’Università di Hong Kong. Hong Kong non mi piaceva, perché pur essendo un importante centro finanziario, l’atmosfera per la musica e l’arte non era come quella europea. Volevo andare in un posto che rispettasse e valorizzasse davvero gli artisti. Ho deciso di trasferirmi a Londra per il mio primo master al King’s College. Subito dopo è scoppiata la pandemia, quindi tutto si è fermato fino al 2021, quando sono andato al Royal Northern College of Music di Manchester per intraprendere seriamente la carriera di compositore. Prima di allora, la mia laurea in musica era molto generica e la composizione era solo un modulo. La mia vera attività compositiva è iniziata nel 2021. Mi sono diplomato nel 2023.”
Perché ha scelto la musica? C’è qualche radice musicale nella sua famiglia?
“I miei genitori hanno talento musicale, ma i loro genitori non gli hanno mai permesso di fare musica nella Cina degli anni Ottanta e Novanta. Alle superiori ero appassionato di chitarra elettrica e suonavo in una rock band. Ho trascorso tre mesi a Pechino suonando in una band e vivendo nei sotterranei, ma ho capito che non faceva per me e sono tornato a casa per finire la scuola. Il mio insegnante di musica mi disse che avrei abbandonato l’università al primo semestre perché non sapevo nulla di musica classica, e ho voluto dimostrargli che si sbagliava. Mia madre ha insistito che mi laureassi.”
Ha avuto dei legami con compositori italiani come Ivan Fedele, Simone Fontanelli, Mauro Monteverdi e Edoardo Guarnielli…
“Si, ho seguito delle masterclass con loro. È stata una coincidenza iniziare a partecipare a corsi italiani nell’ultimo anno. Mi piace molto come si svolgono: si analizzano brani del passato e i partecipanti compongono nel proprio stile imparando dai maestri. Mi ha affascinato l’interazione tra insegnante e studente che ho trovato in Italia e che è molto diversa nel Regno Unito e nel resto d’Europa.”
Lei insegna?
“Si, ed è un’esperienza molto preziosa. Lavoro con un’agenzia che aiuta gli studenti a fare domanda per discipline artistiche fuori dalla Cina. Studiare in Occidente può spaventare gli studenti cinesi a causa delle barriere linguistiche e della censura di internet. Ho insegnato per cinque anni a livelli diversi, dai liceali ai candidati al dottorato. Ciò richiede molta flessibilità perché i ragazzi cinesi arrivano da un sistema educativo basato su obiettivi, procedure e passaggi rigidi. Il mio lavoro è aiutarli a entrare nella mentalità occidentale, spingendoli a cercare attivamente gli esecutori anziché limitarsi a scrivere esercizi sulla carta.”
Riguardo alla censura di internet, è difficile accedere a siti web stranieri in Cina?
“Si, non è possibile accedere a Google, YouTube o SoundCloud senza stratagemmi. Pubblicare qualcosa su un sito straniero può diventare una questione complicata.”
Le sue partiture mostrano una grande sensibilità verso il tema dell’immigrazione, che si collega alla sua storia personale e di insegnamento.
“Si, molti dei miei studenti partono per l’estero per la prima volta, il che si collega al tema della migrazione. Si lega anche alla mia storia familiare: la mia bisnonna ha nuotato fino a Hong Kong nel 1957 per sfuggire alle persecuzioni come capitalista. Poi, nel 2019, io ho lasciato Hong Kong durante le proteste. Spostarsi dalla Cina continentale a Hong Kong, e poi nel Regno Unito, è stato come un viaggio in Occidente, sia geografico che ideologico. Per questo ho scritto il brano Journey to the West, citando una canzone pop cantonese del 1991 intitolata Queen’s Road East sugli immigrati di Hong Kong. La mia musica funziona come un documentario personale che unisce storia familiare, insegnamento ed esperienze di trasferimento.”
Parliamo dei suoi modelli di ispirazioni. Chi del passato è stato particolarmente importante per lei?
“Quando ho iniziato a comporre, il mio insegnante mi ha fatto conoscere George Crumb. Amavo l’uso delle tecniche estese in pezzi come Ancient Voices of Children e Black Angels per evocare sfumature culturali e paesaggi sonori magici. Nello stesso periodo ho scoperto i compositori cinesi new wave come Tan Dun e Qigang Chen. Tuttavia, non apprezzavo l’uso troppo palese degli elementi culturali impiegato dai compositori emigrati in Occidente dopo la Rivoluzione Culturale, costretti a rimarcare le proprie origini per farsi notare. Gli elementi culturali possono essere integrati in modo molto sottile. Ad esempio, in Whispering Orchid in the Silent Valley, mi sono rifatto a un dipinto della dinastia Ming con un pescatore su una tela vuota. Invece di vedere il vuoto come silenzio, vi ho letto un paesaggio immaginario, traducendolo in cluster armonici e voci polifoniche. Allo stesso modo, nella calligrafia, mi concentro sulla dissolvenza dell’inchiostro anziché sui tratti, trasportando quel decadimento nella notazione musicale. Poiché la mia musica utilizza lo sfondo culturale in modo indiretto e non suona come musica cinese tradizionale, evito di definirmi un “compositore cinese”. Certe etichette portano con sé troppi pesi e io preferisco essere semplicemente ‘qualcuno che scrive musica’.”
Cosa si aspetta dal pubblico?
“’Pubblico’ è un termine ampio e pesante, esattamente come ‘compositori cinesi’: non viene mai al primo posto. Prima ci sono io e il mio modo di ricevere la musica, poi l’esecutore, e solo al terzo livello c’è lo spettatore. Non posso identificare ogni singolo ascoltatore, ma conosco me stesso e i miei interpreti.”
Quest’anno parteciperà al festival Autunno di Varsavia in Polonia. Che significato ha per lei?
“È un grande piacere e un traguardo importante approdare a un grande festival europeo. Ho avuto circa trentacinque giorni per scrivere dieci minuti di musica. Ho analizzato la dualità di genere nelle opere tradizionali cinesi, in cui all’inizio del XX secolo gli attori maschi interpretavano i ruoli femminili. L’idea di questa dualità — ‘due elementi uguali a uno’ — mi ha affascinato, e l’ho usata per sperimentare a livello strutturale e armonico.”
Qual è la sua prospettiva sulla situazione della nuova musica in Europa oggi?
“Trovo l’industria musicale europea estremamente affascinante e diversificata. Guardando i programmi dei festival noto una grande varietà: installazioni, performance, teatro musicale interattivo con l’intelligenza artificiale e progetti comunitari per non professionisti. Pur esistendo ancora una rigorosa formazione accademica, l’apertura a nuovi modi di comporre è fantastica. Ho un’opinione molto positiva dell’ambiente e delle opportunità che valorizzano minoranze e voci non ascoltate.”
Se potesse scegliere un solo genere musicale da salvare nel mondo, quale sarebbe?
“Decisamente il pop. Sono cresciuto ascoltando i Beatles perché mia madre cantava sempre e conoscevo tutti i testi a memoria. Ciò ha avuto un impatto sul mio lavoro. All’inizio non conoscevo le forme musicali classiche, quindi usavo le canzoni pop per modellare le strutture, la scrittura lirica e i pattern ritmici. Ho iniziato a scrivere musica partendo unicamente dalla musica pop per poi trasformare le altezze con il serialismo dodecafonico. Solo nel 2021 ho iniziato ad ascoltare compositori contemporanei e a frequentare masterclass.”
Qual è l’argomento del suo dottorato di ricerca?
“Riguarda l’esplorazione dei simboli culturali cinesi nella mia pratica compositiva, utilizzando la semiotica di Roland Barthes e i suoi ordini di significazione per decostruire gli strati di significato culturale. La mia metodologia scompone gli elementi astratti in significati concreti da trasferire in idee musicali. La mia musica non è mai cinese né parla di cultura cinese: si limita a recepirne e incorporarne le caratteristiche.”




