All’Aula Magna della Sapienza
L’ULTIMA ESTATE DI MARCELLO FILOTEI
MUSICA SOTTO LE MACERIE
Era forse prevedibile che l’appuntamento di chiusura della 81ma stagione concertistica della Istituzione Universitaria ospitata nell’Aula Magna della Sapienza di Roma avesse un sapore di straordinariato. Una valenza che travalica decisamente l’aspetto puramente artistico per sconfinare in quello civile ed etico. Si trattava infatti di una sorta di oratorio profano in memoria del drammatico terremoto che proprio dieci anni fa sconvolse il centro Italia.
A raccontarlo con le note ma anche con le parole di una voce recitante (il bravissimo Mimmo Strati) il compositore Marcello Filotei, stimato collega come critico musicale, colpito da vicino da quell’evento drammatico nella sua Pescara del Tronto nell’entroterra marchigiano. L’evocazione avviene sul filo della memoria con un ensemble strumentale variegato (quello del Conservatorio Pergolesi di Fermo) e un quartetto vocale dell’Accademia d’Arte Lirica di Osimo, tutti sotto la vigile e sensibile direzione di Gabriele Bonolis.
Al di là delle dotte citazioni da Leopardi o dall’Actus tragicus bachiano, Filotei riesce qui a creare un’atmosfera sonora rarefatta con intrecci di melodie, gioco di effetti coloristici , ben dimostrando di aver appreso lo stile vocale delle avanguardie europee Anni Settanta. Una ventina di scene si succedono delineando momenti topici quasi stazioni di Via Crucis: le cure in ospedale e il salvataggio dei sopravvissuti, la tendopoli, la separazione dagli affetti più cari con melodie lancinanti o spesso temi conduttori, il lugubre rintocco delle campane, il grido di dolore dei sepolti vivi sotto le macerie e soprattutto ciò che resta veramente di un paese rivissuto nel ricordo
L’abilità di Filotei è quella di raccontare senza vittimismo o inutili piagnistei, senza autocommiserazione, quasi da osservatore esterno seppur partecipe del dramma collettivo. Una narrazione oggettiva della dignità del dolore che non punta il dito contro nessuno, ma si erge a ritratto di una comunità distrutta dagli eventi naturali, apparentemente senza una ragione alcuna. La scrittura musicale è quanto mai fluida, aggiornata ma nello stesso tempo comunicativa. Il racconto si fa infatti cronaca ma anche ricordo di un passato (luoghi e tempi) scomparsi forse per sempre. Quello di raccontare il presente con un linguaggio contemporaneo ma di immediata fruibilità è difatti di certo un pregio perché troppo spesso invece si ricorre o ad un linguaggio anacronistico, neoromantico o neobarocco, o a uno solipsistico e futuribile, insomma per pochi privilegiati intenditori.
La musica, che in taluni casi sembrava addirittura coprire la voce recitante, non era un semplice commento a latere, mail tentativo di raccontare l’assenza di tempo, luoghi della memoria dove tutto si è improvvisamente fermato, raggelato, pietrificato.
Un passaggio istantaneo dalla vita quotidiana e colorita di un piccolo paese alla morte
Foto di Damiano Rosa




