Harding e Shaham per Mahler e Shor

16/06/2026 | Tra le note

di Lorenzo Tozzi

Se c’è un direttore che ha nel DNA la musica di Gustav Mahler, questi è di certo Daniel Harding. Non è dunque un caso che proprio all’integrale delle sue Sinfonie il direttore inglese abbia prestato molta attenzione non solo nella sua ricca discografia, ma anche nelle esecuzioni live sul podio dell’Orchestra dell’Accademia di S. Cecilia, ormai da lui saldamente diretta. Questa volta ha scelto la Quarta Sinfonia in sol maggiore La vita celestiale, composta tra il 1899 e il 1901, diretta per la prima volta dall’autore a Monaco nel 1901. La partitura, una specie di “Pastorale di Mahler” prevede nell’ultimo movimento l’inserimento di una voce di soprano (al secolo Christiane Karg) e segna la fine del primo periodo produttivo del compositore boemo che sembra qui rinunciare alla poderosa orchestra wagneriana per una compagine più ridotta e toni più leggeri. Sembra così occhieggiare ai modelli classici della sinfonia da Haydn a Mozart e financo Beethoven e Schubert, ma li tratta in modo decisamente tardoromantico. Come attesta a chiare note il Finale con la versione musicale di una poesia (La vita celestiale) da Des Knaben Wunderhorn (Il corno magico del fanciullo) che descrive una situazione paradisiaca. Fu questa l’idea generatrice della intera Sinfonia che permeò di sé anche i movimenti precedenti quasi pastorali.
E la Sinfonia si impone per originalità sin dall’iniziale tintinnio che sembra quasi evocare i campanelli di una slitta trainata da renne su una pianura innevata (strausato come sigla di una nota rubrica radiofonica). Dopo il clima pastorale e agreste del primo movimento, non alieno da nubi seppur momentanee, il tono popolare riecheggia anche nel trio del successivo Scherzo come un Ländler, in cui sembra aleggiare nella melodia dell’inquietante assolo del primo violino, accordato un tono sopra, il soffio della morte (il menestrello Hein che, come in un quadro di Arnold Böcklin, suona per trascinarsi amichevolmente dietro nell’aldilà i suoi seguaci).
La medesima ambiguità si ritrova nella diafana ninna nanna, quasi bachiana, del tempo lento, apparentemente rassicurante e cullante, ispirata a Mahler da una pietra tombale. Il climax però, come detto, è racchiuso nel Finale con voce di soprano cui tutto ciò che precede sembra preludere: un invito a godere le gioie celesti e fuggire le pene mortali, una visione paradisiaca nei pascoli celesti in cui voci celestiali cantano in armonia. La lettura di Harding è da manuale e rende appieno la commozione di Mahler dinanzi alla natura, una visione seppur irrorata di malinconia.
Atteso alla prova era poi in apertura di serata il Concerto per violino e orchestra n.7 di Aleksej Shor, cinquantacinquenne compositore ucraino naturalizzato americano molto eseguito nelle sale da concerto per il l’ alto tasso tecnico richiesto all’interprete e la sua dote comunicativa con contenuti di un surriscaldato romanticismo calato in rodate strutture classiciste. Il magico violino di Gil Shaham – un’esecuzione smagliante la sua - sa incantare il pubblico e l’orchestra proprio come il famoso pifferaio di Hamelin, mai abbassando l’asticella della intensità espressiva. Il pirotecnico virtuosismo rapsodico in salsa tardoromantica si alimenta del frammentato dialogo tra il solista, che si impone carismaticamente grazie a sapide cadenze e passaggi apparentemente improvvisativi, e l’orchestra. finendo poi in un catartico moto perpetuo. Shor dimostra di saper scrivere sulla traccia di modelli illustri come Brahms, quasi citato letteralmente, Ciaikovsky e Dvorak. Un’orchestrazione poderosa che non fa che esaltare il violino solista con tratti di trascinante eroismo sonoro. Per bis Shaham regala infine una decantata bourrée di Bach.

Foto Musa

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