GRANDE DANZA A GRANADA PER I 75 ANNI DI UN FESTIVAL MULTICOLORE

03/08/2026 | L’angolo della danza

di Gianluigi Mattietti

Granada – Il Festival di Granada ha festeggiato il suo 75° anniversario con un’edizione speciale, riunendo, come al solito, grandi nomi internazionali della musica e della danza. È uno degli appuntamenti musicali più prestigiosi d’Europa e uno dei più antichi in Spagna, con radici nella serie di concerti sinfonici che si tenevano al palazzo di Carlo V sin dal 1883 e nel concorso di Cante Jondo svoltosi nel 1922 nella piazza degli Aljibes dell’Alhambra, con la partecipazione di diversi artisti e intellettuali come Federico García Lorca, Manuel de Falla, Ramón Gómez de la Serna, Santiago Rusiñol. Negli anni, il festival è diventato un punto di riferimento culturale per la qualità e la quantità dell’offerta musicale (nell’arco di un mese, all’inizio dell’estate, si sono contati quest’anno 148 spettacoli e quasi 60.000 spettatori), per la capacità di spaziare dalla musica antica a quella contemporanea, dalla musica sinfonica alla danza, per la bellezza scenografica e architettonica dei luoghi che ospitano gli spettacoli: il Palazzo di Carlo V, il Patio de los Arrayanes, il portico del Palacio del Partal, nel complesso monumentale dell’Alhambra, il Patio de la Acequia, le chiese e gli edifici storici del centro della città, i palazzi nei quartieri tipici dell’Albaicín e del Sacromonte. Il teatro all’aperto dei giardini del Generalife ospita invece gli spettacoli di danza, che hanno da sempre un ruolo di primo piano nella rassegna granadina.

Quando il festival è nato, a Granada mancava una sede adatta alla danza, così l’architetto Francisco Prieto-Moreno, responsabile della conservazione dell’ Alhambra, progettò un teatro all’aperto come estensione dei giardini del Generalife, inaugurato nel 1953 per la seconda edizione del festival. Era un teatro a forma di ferro di cavallo con due file di palchi, non proprio in armonia con l’ambiente circostante del Generalife. Per questo, tra il 2003 e il 2005, l’architetto Pablo Ibáñez lo ha completamente ristrutturato dandogli una forma rettangolare, più in sintonia con i giardini in cui è immerso, e incorniciandolo con file di cipressi, che sono diventate una delle sue caratteristiche più suggestive.

Tra gli spettacoli di danza in un festival andaluso, non poteva mancare il flamenco, dichiarato quindici anni fa Patrimonio Culturale Immateriale dall’UNESCO. Per festeggiare questo anniversario, il Ballet Flamenco de Andalucía ha realizzato uno spettacolo intitolato Flamenco Patrimonio, con le coreografie di Patricia Guerrero: uno spettacolo concepito come un viaggio nella storia di questo genere musicale e coreutico così radicato nella cultura dell’Andalusia, una drammaturgia che attraversava i principali codici del flamenco (baile, cante, toque) realizzata con estrema pulizia tecnica e grande energia, con un ventaglio espressivo molto ampio, capace di evocare anche luoghi tipici di Granada e l’eredità artistica di Enrique Morente.

La compagnia di Antonio Najarro ha invece presentato un interessante progetto che faceva rivivere le storiche produzioni della ballerina e coreografa Antonia Mercé, detta «La Argentina», che contribuì a trasformare la danza spagnola in un linguaggio moderno agli inizi del Novecento. Lo spettacolo riuniva tre balletti da lei creati, con la sua compagnia, nella Parigi degli anni Venti: Juerga (su musiche di Julian Bautista), Triana (su musiche di Isaac Albéniz) e Sonatina (su musiche di Ernesto Halffter). Non si trattava di una ricostruzione filologica, ma di una rilettura originale di grande vitalità: se costumi e scenografie si ispiravano agli originali, le coreografie di Najarro nascevano da una prospettiva molto contemporanea. Rispettavano la grammatica della danza spagnola, dalla escuela bolera al flamenco, ma evitando un approccio “museale”, giocando piuttosto su un raffinato lavoro di braccia, polsi e castañuelas, senza mai sacrificare la musicalità dei movimenti, soprattutto nelle sezioni d’insieme, sfruttando anche un ricco apparato di proiezioni video e di luci.

Molto applaudito anche lo spettacolo del Malandain Ballet Biarritz, Les Saisons (già presentato l’estate scorsa a Versailles), una delle ultime creazioni di Thierry Malandain, con l’accompagnamento dal vivo dell’Accademia Barocca diretta da Aarón Zapico che intrecciava le celebri Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi con quelle, meno note, di Giovanni Antonio Guido, per creare un tessuto sonoro ricco di contrasti e sfumature che sosteneva con naturalezza il discorso coreografico. Lontana da qualsiasi intento descrittivo, la coreografia trasformava il ciclo delle stagioni in una meditazione sul tempo, sulla fragilità dell’esistenza, sul continuo rinnovarsi della vita, con un lessico ben ancorato alla tecnica classica ma con movimenti che si espandevano nello spazio con fluidità, trasformando i corpi in un organismo collettivo, in costante trasformazione, che rifletteva bene il rapporto tra l’essere umano e il ritmo della natura.

Un grande classico come Giselle è stato invece presentato dal Balletto Nazionale della Lettonia, al suo debutto a Granada: la coreografia di Aivars Leimanis, fedele alla tradizione di Coralli, Perrot e Petipa, si concentrava sulla qualità dell’ interpretazione, sul rigore stilistico e sulla forza narrativa del balletto di Adam. Se questa coreografia cercava di far rivivere la purezza della danza classica, il trittico NumEros, della Compañía Nacional di Danza Muriel Romero, spaziava tra stili assai diversi, tracciando quasi un percorso nella storia del pensiero coreografico, mostrando come la danza può organizzare energia, spazio e tempo in forme molto differenti: dalla purezza strutturale di George Balanchine in Serenade (con musiche di Čajkovskij), alla densità fisica di Jacopo Godani in Echoes from a Restless Soul (su musiche di Ravel), alla decostruzione ludica di William Forsythe in Playlist -Track 1, 2 (su musiche di Peven Everett e Lion Babe).

Uno degli appuntamenti clou della rassegna di danza al Festival di Granada è stato lo spettacolo del Béjart Ballet di Losanna (diretto da Julien Favreau, uno dei solisti più prestigiosi della compagnia), con tre celebri coreografie del suo fondatore, che dimostrano ancora grande vitalità e forza teatrale, ponendo sempre al centro il corpo come luogo di energia, comunità e trascendenza. Dionysos Suite (New York, 1985), del Béjart più orientalista, rivisitava il mito di Dioniso in chiave contemporanea, trasformandolo in una celebrazione dell’energia vitale che evita qualsiasi narrazione lineare. Unico neo le musiche ripetitive e noiose di Manos Hadjidakis, basate su melodie tradizionali greche. L’Oiseau de Feu (Parigi, 1970), brillante coreografia creata da Béjart sulla Suite orchestrale del balletto di Stravinskij, si discostava drasticamente dalla fiaba, con una lettura fortemente simbolica, in chiave “rivoluzionaria”, nella quale l’Uccello di Fuoco diventa metafora della rinascita, della libertà e della resistenza dei partigiani. La coreografia evitava ogni enfasi retorica, giocando molto sulla precisione delle geometrie sceniche e sulla qualità del fraseggio d’insieme. Lo spettacolo si chiudeva con l’iconico Boléro (Bruxelles, 1961), autentico manifesto del teatro coreografico di Béjart. Nella coreografia, che conserva sempre intatta la sua forza ipnotica, la solista, al centro di un grande tavolo circolare, trasforma in una infinità di variazioni gestuali e in uno stato di tensione crescente la ripetizione di un unico disegno musicale, diventando il fulcro di una progressiva espansione dell’energia collettiva: bravissima la danzatrice giapponese Mari Ohashi, nel modulare i gesti partendo da minimi movimenti delle mani e via via estendendo quell’energia a tutto il corpo, nel sostenere il lunghissimo arco interpretativo senza mai interrompere il flusso emotivo, nel controllare ogni gesto con grande eleganza, con movenze più ieratiche che sensuali (come quelle di molti altri interpreti in questa storica coreografia), con un’attitudine veramente musicale. Anche i danzatori intorno al grande tavolo tondo, come un “coro” inquietante, hanno dimostrato di custodire con autorevolezza il patrimonio del proprio fondatore, capaci di dare omogeneità ai movimenti d’insieme e di costruire con i loro corpi tableaux di grande impatto scenico.

 

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