Il ritorno alle origini di Carmen: prima rappresentazione moderna della versione originale di Bizet

30/07/2026 | Dietro il sipario

di Aksana Miron

Martina Franca – Il 52° Festival della Valle d’Itria, ora sotto la direzione artistica della compositrice romana Silvia Colasanti, conferma ancora una volta la sua vocazione di laboratorio internazionale per la riscoperta del teatro musicale. Il tema dell’edizione 2026, Mediterraneo, culla del mito. Crocevia di culture, trova la sua espressione più significativa nella prima rappresentazione scenica assoluta della Carmen di Georges Bizet nella versione originale del 1874, ricostruita a partire dai manoscritti autografi del compositore.

Nel cortile del Palazzo ducale sotto la direzione musicale dell’esperto Fabio Luisi, il Festival ha restituito al pubblico l’opera così come Bizet l’aveva concepita prima delle profonde modifiche richieste dalla direzione dell’Opéra-Comique di Parigi in vista della prima del 3 marzo 1875. L’edizione critica, curata da Paul Prévost per l’editore Bärenreiter di Kassel, riporta alla luce la struttura originaria dell’opera, con dialoghi parlati e melodrammi sostenuti da un raffinato accompagnamento orchestrale, restituendo a Carmen il suo autentico carattere di opéra-comique, lontano dall’immagine di anticipazione del verismo che la tradizione successiva ha consolidato.

Dopo le esecuzioni in forma di concerto dirette da René Jacobs a Parigi e Amburgo nel 2024, Martina Franca propone finalmente la prima realizzazione scenica di questa versione, trasformando l’evento in una tappa storica per gli studi bizetiani e per il teatro musicale contemporaneo.

Il punto di forza della serata è stato senza dubbio l’aspetto musicale. Fabio Luisi, che affrontava Carmen per la prima volta nella sua lunga carriera internazionale, ha proposto una lettura di grande eleganza e trasparenza. Alla guida dell’Orchestra e del Coro del Teatro Petruzzelli di Bari, il direttore genovese ha saputo valorizzare la finezza dell’orchestrazione di Bizet, mettendo in equilibrio la raffinatezza della scuola francese con il colore delle suggestioni spagnole, evitando qualsiasi enfasi eccessivamente teatrale. La sua interpretazione ha restituito tutta la ricchezza della scrittura originale, facendo emergere dettagli spesso trascurati nelle versioni tradizionali e confermando ancora una volta il livello artistico di uno dei maggiori direttori della scena internazionale.

Il cast vocale si è dimostrato complessivamente di ottimo livello. Il mezzosoprano turco-tedesco Deniz Uzun, interprete del ruolo del titolo, ha affrontato la recita in condizioni non facili: prima dell’inizio dello spettacolo il pubblico era stato informato di una sua indisposizione. Tale circostanza sembra aver influito soprattutto sulla componente attorale dell’interpretazione. Vocalmente la prova è risultata solida, ma il personaggio è apparso meno incisivo sul piano drammatico. Carmen è difatti l’incarnazione della libertà, della sensualità, dell’indipendenza e dell’energia vitale: qualità che dovrebbero imporsi fin dal suo primo apparire in scena.

La stessa partitura di Bizet ne delinea immediatamente il carattere. Già nell’ouverture compare il celebre leitmotiv della passione fatale, simbolo del destino tragico che unisce Carmen e Don José. Quando accompagna il primo ingresso della protagonista, tuttavia, il tema assume una veste completamente diversa: il ritmo danzante, il movimento e la vivacità ne fanno il ritratto di una donna irresistibile, libera e magnetica. Proprio questa forza istintiva e questo temperamento sembravano talvolta assenti nell’interpretazione della Uzun.

Anche alcune scelte registiche di Denis Krief lasciavano spazio a qualche perplessità. In particolare Carmen viene fatta cantare sopra un tavolo impugnando solo un grande piatto di cartone in luogo delle castagnette. Un’immagine di difficile lettura drammaturgica che sembra entrare in contrasto con la natura stessa della scena. Nell’immaginario teatrale il personaggio è strettamente associato al gesto ritmico, alla danza e alle nacchere, elementi che evocano immediatamente il colore spagnolo dell’opera. La loro sostituzione con un oggetto scenico apparentemente privo di significato simbolico appare più un artificio registico che una scelta realmente funzionale alla drammaturgia.

Che la regia non intendesse apparire didascalica lo si avverte subito: i soldati vestiti da tranvieri, i contrabbandieri con colori sgargianti troppo vistosi, le sigaraie come suore operaie, il torero Escamillo come semplice impiegato del catasto.

La scenografia dello spettacolo si distingueva per il suo carattere essenziale e funzionale. Lo spazio scenico è infatti costituito da otto pannelli lignei mobili che, grazie alle loro diverse configurazioni e trasformazioni, consentono di modificare rapidamente l’assetto della scena. Questa soluzione garantisce un’elevata dinamicità dell’azione, mantenendo al contempo una notevole semplicità e chiarezza espressiva dell’impianto scenografico.

Note di merito per gli altri interpreti che hanno offerto prove di notevole qualità. Matteo Lippi ha delineato un Don José vocalmente solido e musicalmente accurato, mentre Alessandro Luongo ha dato vita a un Escamillo autorevole e ben costruito. Ottimo anche il contributo dei giovani artisti dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”, che hanno confermato l’eccellente livello della scuola formativa del Festival.

La riscoperta proposta dal Festival della Valle d’Itria dimostra dunque come il ritorno alle fonti possa spesso offrire una nuova prospettiva di visuale su un capolavoro universalmente conosciuto. Restituire la voce autentica di Bizet significa non soltanto approfondire la conoscenza della sua poetica, ma anche ricordare quanto questa musica continui a parlare al pubblico contemporaneo con straordinaria forza espressiva. Ancora una volta, il Festival di Martina Franca si conferma così un luogo privilegiato, in cui la ricerca musicologica incontra il teatro vivo, trasformando la riscoperta storica in autentica esperienza artistica.

Per concludere ci piace ricordare in merito l’avvertimento di Friedrich Nietzsche, dapprima fervente wagneriano ma poi grande ammiratore di Bizet in funzione antiwagneriana, il quale ammoniva che “bisogna mediterraneizzare la musica”.

 

 

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