Al Teatro sociale di Rovigo rivive la Bianca di Montemezzi

30/07/2026 | Dietro il sipario

di Gianluigi Mattietti

La stagione del teatro sociale di Rovigo si è chiusa con una interessante novità: Bianca, la prima opera composta da Italo Montemezzi, quando era ancora studente al Conservatorio di Milano. Ritenuta perduta da oltre un secolo, è stata riportata alla luce da Marco Pasetto, che nel 2019 ha ritrovato la partitura manoscritta in un baule abbandonato di Villa Montemezzi: operazione di indubbio rilievo musicologico, che permette di scoprire qualcosa in più del compositore, oggi noto quasi soltanto per L’amore dei tre re. La vicenda, immersa in una dimensione insieme naturalistica e decadente, è ambientata in un castello ferrarese dove Bianca ritrova dopo dieci anni Balduino, l’uomo amato in gioventù. Scopre però che il tempo lo ha cambiato, lo ha trasformato in un uomo duro e violento, che passa le sue giornate a caccia, proprio nel bosco che custodiva i ricordi del loro amore, un uomo insensibile, incapace di cogliere la bellezza della natura. A complicare un po’ la trama, in forma triangolare, c’è anche Ricciarda, sorella di Bianca, innamorata di Balduino e convinta di esserne ricambiata. Simbolo centrale del dramma è un tiglio, sotto il quale i due giovani si erano amati: poiché quell’albero rappresenta quel sentimento ormai fonte di sofferenza, Bianca decide di farlo abbattere, decretando così la fine di ogni illusione. L’opera, in un unico atto, scritta per un concorso accademico e mai pubblicata, mostra tutti i limiti di un’opera d’esordio, un po’ scolastica, dominata dai gusti musicali dell’epoca e dai cliché del verismo. Ma rivela anche alcuni aspetti significativi della poetica musicale di Montemezzi, con una trama tematica fitta e ben costruita, con un accorto uso delle modulazioni, un incalzante ritmo drammatico, punteggiato da momenti orchestrali pieni di slancio, da innesti di cori dal tono popolaresco, da momenti di disteso lirismo (come l’aria di Balduino dedicata al tiglio), scene gioiose e saltellanti, atmosfere sospese. Mai messa in scena prima d’ora, Bianca è stata presentata in un interessante dittico, insieme alla Damoiselle élue di Debussy, con la quale condivideva l’aura simbolista e il sentimento dell’amore negato e della perdita, con donne protagoniste che vivono nell’attesa di qualcosa che non potrà compiersi (la Damoiselle osservando l’amato dal cielo, Bianca ricordandolo nel passato). L’allestimento di Stefano Patarino (che firmava regia, scene e luci) era essenziale e statico, con pochissimi elementi scenici, costumi “di fortuna”, animato dall’alternanza, un po’ stucchevole, di colori diversi nel fondale (con una luna che cambiava posizione e dimensioni nella Damoiselle). Geniale però l’idea, nell’opera di Montemezzi, di trasformare Bianca in una Greta Thumberg ante-litteram: la donna che vive in armonia con la natura, con la foresta, che rifiuta di accettare un sentimento deformato dal tempo e dall’ambizione, diventava una attivista ecologista con jeans oversize, sneaker, un impermeabile giallo con berretto calcato sulla testa. E la sciarpa della Palestina. Molto efficace, nella sua disarmante e sorprendente semplicità, anche la scena finale dell’abbattimento del tiglio, un tronco sempre presente sul lato della scena, in realtà una struttura gonfiabile che alla fine improvvisamente si afflosciava, insieme a Bianca che stramazzava al suolo nel climax musicale dell’opera. L’esecuzione musicale guidata da Fabrizio Da Ros era affidata ai giovani del Conservatorio Pollini di Padova, che hanno dimostrato grande impegno e serietà. Tra i cantanti si sono distinti il mezzosoprano bosniaco Hanadi Karic (Ricciarda) e il tenore Giulio Putrino (Balduino).

 

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