AL PERUGIA MUSIC FEST.
Perugia – Nonostante la presenza di due pregevoli teatri, il Morlacchi e il Pavone, la città di Perugia non gode di alcuna stagione operistica né di una presenza stabile di eventi melodrammatici: per questo è occasione molto gradita quella proposta da Perugia Music Fest, che quest’anno ha visto in cartellone l’allestimento de Die Zauberflöte di Mozart e Il barbiere di Siviglia di Rossini. La scelta de Il flauto magico pare invero particolarmente adatta a una città di antica e insigne tradizione massonica come il capoluogo umbro. Il celebre Singspiel infatti nacque dalla collaborazione tra il musicista salisburghese e l’attore, cantante e librettista Emmanuel Schikaneder, entrambi fratelli nella loggia massonica Zur Wohltätigkeit (La Beneficenza”, poi confluita nella Zur neugekrönten Hoffnung (La speranza nuovamente incoronata). I due artisti concepirono questo lavoro per il Freihaustheater auf der Wieden, poi ribattezzato Theater an der Wien dieci anni dopo la morte di Mozart e divenuto, anche grazie al successo di Die Zauberflöte, uno dei maggiori centri musicali della capitale imperiale. La scelta di un genere minore come il Singspiel potrebbe risultare contraddittorio con l’elevato valore simbolico del libretto di Schikaneder, tutto incentrato sull’iniziazione massonica e dunque ricco di simbologia, ma si può spiegare con il forte intento divulgativo con il quale la loggia, forte del consenso imperiale di una corte illuminista, si proponeva al popolo viennese, nella lingua locale anziché nell’italiano di Metastasio. Mozart, dal canto suo aveva già trattato diverse volte il genere, ma con soggetti più faceti, come Die Entführung aus dem Serail o Der Schauspieldirektor , oltre ad alcuni lavori incompiuti, ma ha riversato in quest’ultimo l’esperienza teatrale della trilogia dapontiana e della sontuosa teatralità italiana de La clemenza di Tito.
Come detto Perugia dispone di due teatri, il Morlacchi e il settecentesco teatro del Pavone, per anni gestito come cinematografo e solo di recente ritornato alla sua funzione originaria, per eventi perlopiù isolati. Lo spazio esiguo, che lo rende particolarmente adatto all’opera buffa settecentesca, non ha pienamente giustificato la disposizione un po’infelice dell’Orchestra delle Cento Città, esclusivamente sulla parte sinistra del palcoscenico, con l’azione scenica (ridotta all’essenziale dalla agile e funzionale regìa di Mirco Michelon) concentrata solo sulla parte destra: questo non ha favorito l’equa distribuzione del suono né ha facilitato la coordinazione con i cantanti, come magari avrebbe fatto una distribuzione lungo tutto il palcoscenico. La mise en espace ha visto il taglio di varie parti, tra cui quelle dei tre fanciulli, sostituiti da un attore incappucciato, Vlad Shiltzer, che si scoprirà poi infine essere Emmanuel Schikaneder, i cui monologhi sono risultati non sempre comprensibilmente attinenti con le vicende inscenate. Il cast maschile è risultato particolarmente efficace: eccellente il basso Pavol Kubàň nel ruolo sia pur baritonale di Papageno, bellissimo il colore brunito del tenore Robert Remeselnik, ossia Tamino. Molto giovane e leggera la voce di David Smilnak, ovvero un biondo e un po’slavato Monostatos, mentre Jan Spytek è un Sarastro dalla voce assai interessante e ricca di armonici ma un po’impacciato nei fiati e nel fraseggio, stessa caratteristica dei due principali ruoli femminili, ovvero Jana Kuban (Pamina) e Gabriela Kurowska (la Regina della notte), mentre agile, fresca e scorrevole la Papagena di Rebecca Rigova. Delle tre dame, piacevoli il soprano Talvi Maaria Turiner e il contralto Olga Rusìn, mentre assai meno limpido il mezzosoprano Ana Carolina Diz. L’orchestra, sebbene non impeccabile e svantaggiata nella posizione, ha sostenuto bene i cantanti grazie anche al direttore Eitan Globerson, molto risoluto e accorto. Molto apprezzabile infine la scelta di rendere i dialoghi parlati in lingua italiana, cosa che ha favorito l’attenzione di un pubblico purtroppo non molto abituato al teatro musicale.




