Al Festival di Martina Franca.
Martina Franca – Il geniale e propositivo Festival della Valle d’Itria, fortemente voluto mezzo secolo fa da Paolo Grassi, ci ha da decenni abituato a riscoperte, rivelazioni, connessioni inattese, a volte inedite folgorazioni. Come per questa seconda tappa teatrale nel mare magnum del tema proposto quest’anno, inerente al Mediterraneo, mare nostrum, da millenni incrocio di popoli e culture.
Dopo la Siviglia di una Carmen a dir poco inusuale riscoperta dall’originale, toccava alla Napoli di Pulcinella e alla Grecia del mito orfico dalle mille valenze e espressioni musicali..La scommessa, di certo alla fine vinta, del regista e coreografo Jean Renshaw era quella di fare delle due storie un’unica realtà. Insomma, il balletto Pulcinella (1920) di Strawinsky e Massine come premessa della Favola di Orfeo (1932) di Alfredo Casella ispirata al Poliziano. Pur nella diametrale distanza musicale delle due partiture si trattava pur sempre di due composizioni di stile ed orientamento neoclassico. E fin qui tutto bene. Il fatto è però che, volendo caparbiamente unire in un unico fil rouge drammaturgico l’ironico plot del balletto con il melodramma da camera di Casella, si compie una forzatura tale da azzerare non solo Napoli, ma anche sopprimere del tutto la popolarissima maschera napoletana del titolo, pallidamente apparsa tra gli spettatori solo prima dell’inizio per poi scomparire definitivamente. Nonostante la bravura dei ballerini dell’’Eko Dance Project e la validità della coreografia rimane difficile attribuire l’ironia, il sarcasmo beffardo del balletto di Massine per Diaghilev, ad una storia di amore malato (il triangolo amoroso tra marito, moglie e amante si riproduce e prolunga poi in quello tra Orfeo, Euridice e lo stolker Aristeo). Accostamento geniale se non fosse che Strawinsky (Pergolesi), Massine e Picasso volevano dire tutt’altra cosa e rendere omaggio al glorioso Settecento napoletano.
Superata la non facile impasse, si apprezza poi la esecuzione musicale affidata ad una giovane bacchetta di talento come quella di Nicolò Umberto Fioron alla guida dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari così come il valore dei giovani interpreti vocali tra cui Matteo Falcier (Orfeo) o Roberto Lorenzi (Plutone). Il tema si sposta insomma sulla fragilità femminile e sulla prepotenza maschile, con accennate copule e stupri, certo alieni dal Pulcinella originale come in un balletto dell’assurdo sulle sempiterne difficoltà di coppia. Tema quanto mai attuale, ma poco novecentesco.
Inutile dire poi che la pur interessante musica di Casella, accademica e priva di pathos, che pur aveva il pregio di mettere in scena finalmente anche lo scempio delle Baccanti,sfigurava sia di fronte al titano Strawinsky che agli inevitabili confronti con Monteverdi e il cavalier Gluck, capaci di destare ben altre emozioni. Il pubblico, soprattutto se ignaro di storia della danza, ha comunque dimostrato di apprezzare con salve di applausi.




